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13 febbraio 2020

 

‘Bruciato sul rogo’ – Il Relatore Speciale dell’ONU sulla Tortura demolisce le false affermazioni contro Julian Assange

di David Edwards

Traduzione di Giuseppe Volpe

 

Apparentemente il compito pare quasi senza speranza. Come scrisse Tolstoj:“Il potere del governo è mantenuto dall’opinione pubblica e con tale potere il governo, mediante i suoi organi – i suoi dirigenti, tribunali, scuole, chiese, persino la stampa – può sempre sostenere l’opinione pubblica di cui ha bisogno” (Leo Tolstoj, ‘Writings on Non-Violence and Civil Disobedience’, New Society Publishers, 1987, pag. 111). 

 

Lo scorso dicembre abbiamo assistito all’eccezionale capacità del potere statale-industriale di manipolare l’opinione pubblica e minare un’elezione democratica con una feroce campagna di propaganda di diffamazione di Jeremy Corbyn, un appassionato antirazzista. La campagna ha dipinto Corbyn non solo come antisemita, ma come uno che potrebbe “riaprire Auschwitz”. La verità non è stata semplicemente distorta; è stata capovolta.

L’accademico e scrittore nato in Israele, Jamie Stern-Weiner, ha commentato: “Nessun giornalista convenzionale ha neppure indagato se le accuse contro il Partito Laburista erano vere. Quando i giornalisti non sottoscrivono automaticamente le accuse contro il Partito Laburista, si accontentano di riferirle acriticamente accanto alla reazione del partito. Le accuse da parte di figure comunitarie ebree o di parlamentari anti Corbyn sono state considerate intrinsecamente significative, che fossero o no accompagnate da prove a sostegno”.

 

Analisi attente e credibili che rendevano una sciocchezza le affermazioni qui, qui e qui, sono state semplicemente ignorate.

Interessi di parte sembrano avere in mano tutte le carte – lavorano duramente per dare tale impressione – ma questa è solo un’apparenza. Il fatto stesso che lavorino così incessantemente per influenzare l’opinione pubblica indica la natura precaria del loro dominio.

 

Il problema è intrinseco, strutturale: una società ‘democratica’ che subordina i bisogni di molti ai bisogni di pochi è una società basata su menzogne. Una propaganda che celi tali menzogne può essere disseminata interminabilmente, giorno e notte, ma sarà sempre vulnerabile a individui e gruppi con una competenza genuina, motivati da una sincere preoccupazione per gli altri. Come ha commentato il saggio buddista Je Gampopa:

“Persino un solo atto virtuoso può sconfiggere molti mali… una piccola buona azione può superare una grande ingiustizia: è fortemente efficiente”. (Gampopa, ‘Gems of Dharma, Jewels of Freedom’, Altea, 1994, pag. 135). 

 

Sulle orme di alti dirigenti dell’ONU quali Denis Halliday, Hans von Sponeck e Scott Ritter – che, tra loro, hanno demolito molti degli inganni che hanno ‘giustificato’ le sanzioni genocide britanniche-statunitensi degli anni Novanta contro l’Iraq e la guerra di aggressione del 2003 contro quel paese – si considerino i commenti ‘fortemente efficienti’ formulati alla rivista svizzera Republik da Nils Melzer su Julian Assange:

“Quattro paesi democratici hanno unito le forze – Stati Uniti, Ecuador, Svezia e Regno Unito – per esercitare il loro potere di presentare un solo uomo come un mostro, in modo tale che possa essere in seguito bruciato sul rogo senza suscitare alcuna indignazione. Il caso è un grande scandalo e rappresenta il fallimento dello stato di diritto occidentale. Se Julian Assange sarà condannato, sarà una condanna a morte per la libertà della stampa”.

 

Il problema che per il sistema della propaganda che attacca Assange è che Melzer non è semplicemente qualcuno che tiene un blog su Internet; è il Relatore Speciale dell’ONU sulla Tortura. Inoltre è docente di diritto internazionale presso l’Università di Glasgow e detiene la cattedra di Diritti Umani presso l’Accademia di Ginevra sulla Legge Umanitaria Internazionale e i Diritti Umani in Svizzera, dove insegna dal 2009, compresa la cattedra svizzera di Legge Umanitaria Internazionale (2011-2013). Melzer parla anche uno svedese fluido. In altri termini, è difficile immaginare qualcuno meglio qualificato per commentare il caso di Assange.

 

Melzer descrive come il 20 agosto 2010 apparve un titolo sulla prima pagina di Expressen, una rivista scandalistica svizzera di punta, che dichiarava che Julian Assange era sospettato di aver commesso due stupri. Melzer descrive la sua reazione nell’indagare tali affermazioni: “Parlo uno svedese fluido e sono stato così in grado di leggere tutti i documenti originali. Non potevo credere ai miei occhi. Secondo la testimonianza della donna in questione non aveva avuto luogo per nulla uno stupro. E non solo questo: la testimonianza della donna era stata successivamente modificata dalla polizia di Stoccolma senza suo coinvolgimento al fine di farla apparire in qualche modo come un possibile stupro. Ho in mio possesso tutti i documenti, le e-mail, i messaggi di testo”.

 

La sequenza degli eventi è straordinaria e scandalosa: “Una donna si reca in una stazione della polizia. Non vuole presentare una denuncia ma chiede un testo HIV. La polizia poi decide che potrebbe trattarsi di un caso di stupro e una materia per la pubblica accusa. La donna si rifiuta di acconsentire a tale versione degli eventi e se ne va a casa e scrive a un’amica che non era sua intenzione, ma la polizia vuole ‘mettere le mani’ su Assange. Due ore dopo il caso è sui giornali. Come sappiamo oggi, i pubblici accusatori l’hanno fatto arrivare alla stampa e l’hanno fatto senza neppure invitare Assange a fare una dichiarazione. E la seconda donna, che sarebbe stata stuprata secondo il titolo del 20 agosto, è stata interrogata solo il 21 agosto”.

 

Come afferma Melzer, questo comportamento ha dimostrato la “voluta malevolenza delle autorità”. Melzer non lascia dubbi sul reale significato delle accuse di stupro: “Si immagini una stanza buia. Improvvisamente qualcuno getta un riflettore sull’elefante nella stanza: su criminali, su corruzione. Assange è l’uomo con il riflettore. I governi sono brevemente sconvolti, ma poi girano il riflettore con accuse di stupro. E’ una manovra classica quando si tratta di manipolare l’opinione pubblica. L’elefante scompare di nuovo nel buio, dietro il riflettore. E il centro dell’attenzione diviene invece Assange e cominciamo a parlare di se Assange si muova sullo skateboard nell’ambasciata o se alimenti correttamente il suo gatto”. 

 

L’obiettivo: “Va utilizzato un processo farsa per fare di Julian Assange un esempio. Il punto consiste nell’intimidire altri giornalisti. L’intimidazione, per inciso, è uno degli scopi principali dell’uso della tortura in tutto il mondo. Il messaggio a tutti noi è: questo è quello che ti succederà se emulerai il modello di WikiLeaks”. 

 

Va a grande merito di Melzer l’aver ammesso che egli stesso era stato inizialmente influenzato dalla campagna di propaganda. Egli rivela che, nel dicembre del 2018, gli avvocati di Assange gli avevano chiesto di intervenire. Egli si era rifiutato:“Ero sovraccarico di altre petizioni e non avevo una reale familiarità con il caso. La mia impressione, largamente influenzata dai media, era anche influenzata dal pregiudizio che Julian Assange fosse in qualche modo colpevole e che volesse manipolarmi”.

 

Dopo una seconda richiesta degli avvocati di Assange, nel marzo del 2019, Melzer ha sentito che “la mia integrità professionale imponeva che almeno dessi un’occhiata al materiale”. Il risultato: “Mi divenne rapidamente chiaro che c’era qualcosa che non andava”.

 

Con una chiarezza senza precedenti, Melzer vaglia il significato delle molte virate della persecuzione politica di Assange. Era vero, come affermavano molti giornalisti, che Assange aveva chiesto asilo nell’ambasciata ecuadoriana per sottrarsi alla giustizia svedese? Melzer commenta: “Gli avvocati [di Assange] affermano che nel corso dei quasi sette anni in cui Assange era vissuto nell’ambasciata ecuadoriana, avevano fatto più di 30 offerte di organizzare una visita di Assange in Svezia, in cambio di una garanzia che non sarebbe stato estradato negli Stati Uniti. Gli svedesi si erano rifiutati di fornire tale garanzia sostenendo che gli USA non avevano formulato una richiesta formale di estradizione”. 

 

Era una prassi standard? “Tali garanzie diplomatiche sono una prassi internazionale di routine… Dico questo in base a tutta la mia esperienza dietro le quinte della prassi internazionale standard: se un paese si rifiuta di fornire una tale garanzia diplomatica, allora sono giustificati tutti i dubbi circa le buone intenzioni del paese in questione. Perché gli svedesi non avrebbero dovuto offrire tali garanzie? Da una prospettiva legale, dopotutto, gli Stati Uniti non hanno assolutamente nulla a che vedere con le procedure svedesi per reati sessuali”. 

 

A Melzer è stato chiesto se fosse normale, o legalmente accettabile, che le autorità svedesi di recassero all’estero per un tale interrogatorio: “Esattamente per questo genere di problemi giudiziari esiste un trattato di cooperazione tra il Regno Unito e la Svezia, che prevede che funzionari svedesi possano recarsi nel Regno Unito o viceversa, per condurre interrogatori o che tali interrogatori possano aver luogo in collegamento video. Nel periodo in questione, tagli interrogatori tra Svezia e Inghilterra hanno avuto luogo in 44 altri casi. E’ stato solo nel caso di Julian Assange che gli svedesi hanno insistito che fosse essenziale che lui comparisse di persona”. 

 

Conclusione di Melzer: “Dal mio punto di vista gli svedesi hanno agito molto chiaramente in malafede. Se avessero agito in buonafede non ci sarebbe stato alcun motivo per rifiutarsi di rispondere alle mie domande. Lo stesso vale per i britannici: dopo la mia visita ad Assange nel maggio del 2019 hanno impiegato sei mesi per rispondermi, con una lettera di una sola pagina principalmente limitata a respingere tutte le accuse di tortura e tutte le incoerenze della procedura legale. Se si fanno giochetti simili, allora qual è il senso del mio mandato? Io lo Speciale Relatore delle Nazioni Unite sulla Tortura. Ho un mandato di porre domande chiare e di esigere risposte”.

 

Aggiunge: “C’è solo un’unica spiegazione per tutto, per il rifiuto di concedere garanzie diplomatiche, per il rifiuto di interrogarlo a Londra: volevano arrestarlo in modo da poterlo estradare negli Stati Uniti. Il numero di violazioni della legge accumulate in Svezia nel giro di solo poche settimana durante l’indagine penale preliminare è semplicemente grottesco”. 

 

La versione mediatica è stata parecchio differente. Nel 2012 Laura Barton del Guardian ha scritto di Assange e dell’ambasciata ecuadoriana: “Povero Julian. Non deve essere facile essere confinato in un unico edificio, indipendentemente da quanto sia prestigioso il codice postale… E così abbiamo deciso di mettere insieme una varietà di articoli che potevano mancare ad Assange e di consegnarglieli”. 

 

Una fotografia mostrava una Barton non sorridente che consegnava un cesto del Guardian alla loro bestia nera presso l’ambasciata ecuadoriana: “Abbiamo fatto un cesto di una scelta di articoli alimentari non nativi dell’Ecuador: corn-flakes Kellogg rinforzati con vitamina D per compensare la mancanza di luce solare nella vita di Assange; un barattolo di Vegemite (da uomo degli antipodi probabilmente Julian avrebbe disdegnato il Marmite), un pacchetto di dolci al cioccolato e un cestino di clementine. Ricordando che Bill Keller, redattore del New York Times, aveva una volta commentato la discutibile igiene di Assange e il fatto che indossava ‘calzini bianchi sporchi’ abbiamo aggiunto tre paia di freschi calzini bianchi sportivi e un gel per la doccia alla ‘piacevole fragranza di oli di eucalipto e agrumi’ che prometteva di essere sia ‘rivitalizzante’ sia ‘rinfrescante’”. 

 

Abbiamo documentato molti esempi simili di incessante, feroce e francamente strana derisione di Assange da parte dei media industriali qui e qui.

 

Assange è attualmente detenuto nel carcere di Belmarsh, a Londra, in attesa di un’udienza che stabilirà se dovrà essere estradato negli Stati Uniti. Ha già scontato una condanna a 50 settimana per aver violato la libertà su cauzione. Melzer commenta questa sentenza: “E’ evidente che ciò con cui abbiamo a che fare qui è una persecuzione politica. In Gran Bretagna le violazioni della libertà su cauzione raramente determinano condanne al carcere, sono generalmente soggette solo a multe. Assange, per contro, è stato condannato in una procedura sommaria a 50 settimane in un carcere di massima sicurezza, chiaramente una pena sproporzionata che aveva un unico scopo: detenere Assange sufficientemente a lungo perché gli USA preparassero la loro causa per spionaggio contro di lui”.  

 

Un gran giurì statunitense ha incriminato Assange per 18 accuse – 17 delle quali ricadono nella Legge sullo Spionaggio degli Stati Uniti – incentrate su cospirazione per ricevere, ottenere e rivelare documenti diplomatici e militari segreti. Melzer spiega perché Assange non ha alcuna possibilità di ricevere giustizia negli Stati Uniti: “Non subirà un processo coerente con lo stato di diritto. Questo è un altro motivo per il quale la sua estradizione non dovrebbe essere consentita. Assange subirà un processo con giuria ad Alexandria, Virginia, la tristemente nota ‘Corte dello Spionaggio’ in cui gli Stati Uniti processano tutti i casi della sicurezza nazionale. La scelta della località non è un caso, perché i membri della giuria devono essere scelti in proporzione alla popolazione locale e l’85 per cento dei residenti ad Alexandria lavora per la comunità della sicurezza nazionale: presso la CIA, la NSA, il Dipartimento della Difesa e il Dipartimento di Stato. Quando persone sono giudicate di fronte a una giuria simile, il verdetto è chiaro sin dall’inizio. I casi sono sempre trattati di fronte allo stesso giudice, a porte chiuse, e in base a prove segretate. Nessuno è mai stato assolto là in un caso come questo. La conseguenza è che la maggior parte degli imputati raggiunge un accordo, in cui ammette una colpevolezza parziale in modo da subire condanne più miti”. 

 

Nel frattempo le condizioni fisiche di Assange hanno continuato a deteriorarsi: “Ho fatto visita ad Assange nella sua cella di Londra nel maggio del 2019 insieme con due medici esperti, diffusamente rispettati che sono specializzati nell’esame forense e psicologico delle vittime di tortura. La diagnosi cui sono giunti i due medici è stata chiara: Julian Assange manifesta i sintomi tipici della tortura psicologica. Se non riceve presto protezione è probabile un rapido deterioramento della sua salute e una conseguenza potrebbe essere la morte”. 

 

Le conclusioni di Melzer sono del tutto schiaccianti: “Dobbiamo smettere di credere che ci sia stato realmente un interesse a condurre un’indagine su un reato sessuale. Quello che WikiLeaks ha fatto è una minaccia all’élite politica in USA, Gran Bretagna, Francia e Russia in ugual misura. WikiLeaks pubblica informazioni coperte da segreto di stato; si oppone alla segretazione. E in un mondo, persino in cosiddette democrazie matura, in cui la segretezza è divenuta rampante ciò è considerato una minaccia fondamentale”.

 

Aggiunge: “Diamo potere ai paesi e lo deleghiamo ai governi, ma in cambio essi devono essere tenuti a rispondere di come esercitano tale potere. Se non pretendiamo che siano ritenuti responsabili, perderemo presto o tardi i nostri diritti. Gli essere umani non sono per natura democratici. Il potere corrompe se non è controllato. La corruzione è la conseguenza se non insistiamo che il potere sia controllato”. 

 

Le sue riflessioni finali sono un avvertimento urgente a noi tutti: “Ho visto una quantità di orrori e di violenze e ho visto quanto rapidamente paesi pacifici come la Jugoslavia o il Ruanda possano trasformarsi in inferni. Alle radici di tali sviluppi ci sono sempre un’assenza di trasparenza e un potere politico o economico sfrenato, sommati all’ingenuità, indifferenza e malleabilità della popolazione. Improvvisamente ciò che è sempre successo agli altri – torture, stupri, espulsioni e assassinii impuniti – può altrettante facilmente succedere a noi o ai nostri figli. E nessuno ci farà caso. Posso promettervelo”.

 

Abbiamo twittato al direttore del Guardian e a numerosi giornalisti chiave del Guardian che hanno fatto commenti su Assange: “Per la prima volta, il Relatore Speciale dell’ONU sulla Tortura, Nils Melzer, parla in dettaglio dei risultati esplosivi della sua inchiesta sul caso di Julian Assange. Preghiamo di leggere e commentare   @KathViner @MarinaHyde @suzanne_moore @GeorgeMonbiot @HadleyFreeman @OwenJones84”.

 

Abbiamo twittato anche: “Come afferma @NilsMelzer, una mancata risposta ai suoi risultati indicata un’assenza di buonafede. Preghiamo di rispondere @KathViner @MarinaHyde @suzanne_moore @GeorgeMonbiot @HadleyFreeman @OwenJones84”.

Abbiamo scritto anche ad Ash Sarkar, redattore esterno di Novara Media, che ha descritto Assange su Twitter come “un chiaro verme, un probabile stupratore, un cospiratore pazzo”: “Salve @AyoCaesar, vuole rispondere a questi commenti di @NilsMelzer, Relatore Speciale dell’ONU sulla Tortura, riguardo a tentativi di dipingere Julian Assange ‘come un mostro, in modo che possa in seguito bruciato sul rogo senza alcuna indignazione?@novaramedia @AaronBastani”. 

 

Non abbiamo ricevuto nessuna risposta da nessuno dei giornalisti contattati (per essere giusti nei confronti di Monbiot e Jones, avendoci bloccati su Twitter per aver inviato loro educate contestazioni razionali, possono non aver ricevuto il nostro tweet).

 

Nonostante la credibilità e l’integrità della fonte, e l’evidente interesse giornalistico del tema, la nostra ricerca nell’archivio di ProQuest rileva che Nils Melzer e i suoi commenti pubblicati su Republik il 31 gennaio non sono stati citati da nessun canale mediatico statunitense o britannico.   


da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: https://www.medialens.org/2020/burned-at-the-stake-the-un-special-rapporteur-on-torture-demolishes-the-fake-claims-targeting-julian-assange/

 

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