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La distruzione di Gerusalemme dell'anno 70

di Giuseppe Ricciotti

 

LA DISTRUZIONE DI GERUSALEMME DELL’ANNO 70

La distruzione che Tito fece di Gerusalemme è nell'antichità uno degli avvenimenti più tragici in sé e più ricchi di conseguenze storiche. Nel campo religioso la distruzione dell'unico “tempio” ebraico sembrò segnare visibilmente il distacco definitivo del cristianesimo dall'ebraismo; nel campo politico, la dispersione della nazione ebraica nell'Impero romano e fuori di esso iniziò quelle vicende che si sono prolungate fino ad oggi, come dimostrano anche i fatti della Palestina di questi ultimi anni.

 

L'ingerenza diretta di Roma in Palestina era cominciata già alla morte di Erode il Grande (anno 750 di Roma, 4 a.C.) e andò sempre più aumentando, man mano che scomparivano i figli ed eredi di Erode; alla fine tutta la regione passò sotto il governo diretto di Roma, rappresentata sul posto da un procurator residente a Cesarea marittima.

 

Il governo dei procuratori fu, a seconda delle persone, talvolta buono o anche ottimo, talvolta pessimo specialmente negli ultimi tempi quando l’insofferenza dei governati aumentava sempre più; ma nel complesso le condizioni del paese non peggiorarono in confronto con i tempi del governo tirannico di Erode il Grande, tanto più che il nome di Roma era una garanzia di protezione e sicurezza di fronte alle popolazioni circonvicine. Anche sotto l'aspetto religioso Roma, secondo il suo solito, portò reverenza ai riti e costumanze locali, anche nelle manifestazioni più strane per un Romano e più imbarazzanti per un governatore: alcune gravi violazioni a questa reverenza, come ai tempi dello squilibrato Caligola o del tracotante Ponzio Pilato, furono subito sconfessate e riparate.

 

Tuttavia il fuoco covava sotto la cenere, ed era un fuoco nazionalistico-religioso. Fin da quando fu compiuto il primo censimento della regione, che doveva fornire la base amministrativa al nuovo governo romano, avvennero gravissimi disordini per opera specialmente di Giuda il Galileo: questi insorti si opponevano al censimento sia per una ragione politica, perché la loro nazione doveva godere di un'assoluta indipendenza, sia per una ragione religiosa, perché la nazione sacra del Dio Jahvé “non riconosceva padroni mortali dopo Dio”[1], mentre il censimento eseguito dai Romani dimostrava la sudditanza a questi pagani. Per allora la sollevazione di Giuda il Galileo fu domata a viva forza dai Romani, Giuda finì ucciso e i suoi seguaci si dispersero; ma la vittoria fu solo superficiale, perché il fuoco della rivolta seguitò a bruciare, nascostamente o apertamente, per più d'un secolo fino ad Adriano. La massima parte degli insorti seguiva la corrente dei Farisei, che insisteva sulla minuziosa osservanza della Legge ebraica, a differenza della corrente dei Sadducei ch'era di tipo liberale; ma dopo il fallimento della insurrezione i debellati non abbandonarono la partita, bensì costituirono in seno al Fariseismo un nuovo raggruppamento che mirava soprattutto all'azione: fu il raggruppamento degli Zeloti, ossia zelatori pratici, attivi, della causa religioso-nazionalista. A quale scopo (pensavano essi) enunziare vasti programmi d'integrità nazionale e di purità religiosa, se tutto poi si esauriva in discussioni astratte e si curvava il dorso a pagani stranieri?

 

Nota

[1] Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, II, 118.

 

 

LA CONGIURA DEI SICARI

 

Ma una nuova sollevazione in massa non aveva alcuna probabilità di riuscire, perché la potenza di Roma era troppo forte; e allora si ricorse all'iniziativa privata, all'azione individuale, ma sostenuta dalla organizzazione occulta. Così fu intessuta una vasta congiura che si estese più o meno su tutta la Giudea, accendendo sempre più negli animi le speranze messianico-nazionaliste. Perciò anche, più tardi, al nome di Zeloti ne fu sostituito un altro che indicava con fierezza la maniera oramai scelta per attuare il programma; era la maniera classica del congiurato che, preparato con cura un dato colpo e assistito da compagni dissimulati, agiva servendosi di quel pugnale corto e ricurvo che gli oppressori Romani chiamavano “sica”: quindi, in un secondo tempo, questi Zeloti si chiamarono Sicari. Un dato giorno lo Zelota si mescolava nella folla accorsa tempio di Gerusalemme per qualche solenne festa, e incontrata la predestinata vittima la spacciava con un colpo di sica; accorrevano certi premurosi circostanti per soccorrere il ferito e acciuffare il feritore, ma costui era improvvisamente scomparso; se però quei premurosi fossero stati perquisiti, si sarebbe trovato che pure essi portavano nascosta sotto le vesti la sica[1]. Un'altra volta il colpo era fatto contro l'impiegato o l'ufficiale Romano che passava per la strada, un altro giorno contro il Giudeo favorevole ai Romani, e così di seguito; non di rado si facevano spedizioni su larga scala, e un gruppo di Sicari piombava improvvisamente su una carovana o un villaggio, dove si trovassero persone sgradite, uccideva, depredava, incendiava, e poi, scompariva nella circostante steppa.

 

Si pensi a questo stato di cose prolungatosi per vari decenni, circa dal 10 al 66 dopo Cristo, e si immaginerà quali fossero le condizioni della Giudea in quel tempo. Si aggiunga che i procuratori romani che governarono negli ultimi tempi furono sempre più indegni del loro ufficio: salvo un paio di onorevoli eccezioni, essi assumevano la carica col proposito di tiranneggiare ed arricchirsi. D'altra parte, fra le plebi si diffondevano continuamente idee messianiche crasse e materialesche, che rendevano ansiosa l'aspettativa di una redenzione di tipo politico: il Messia, già annunziato dagli antichi profeti ebrei, non poteva più tardare in mezzo a quel cumulo di calamità che si erano aggravate sulla nazione eletta. Il grande Promesso sarebbe apparso proprio allora, mentre la nazione si trovava nel baratro delle sue umiliazioni, e l'avrebbe risollevata sbaragliando i nemici di lei e collocandola al vertice di tutte le stirpi umane. Ecco il sogno radioso contemplato in quegli anni da Zeloti e Sicari, i quali con tutto l'animo si sforzavano per farlo diventare realtà.

 

Come si vede subito, questo sfondo era da vera tragedia storica. Caparbietà e rapacità da parte dei governanti Romani: esaltazione visionaria e anche parossistica da parte delle plebi; bastava un'occasione che facesse sprizzare la scintilla fatale e producesse lo scoppio di questa polveriera. Sotto i procuratori Antonio Felice (anni 52-60), Albino (62-64), e Gessio Floro (66), la tensione giunse al colmo, finché nel maggio dell'anno 66 avvenne la conflagrazione.

 

Le prime vampate della rivolta si manifestarono a Cesarea, e subito si propagarono a Gerusalemme. Gli Zeloti occuparono i quartieri bassi della città e il munitissimo tempio, mentre al di fuori s'impadronirono dell'inespugnabile fortezza di Masada. La città divenne un campo di lotte fra gli insorti e i moderati, che ancora speravano in un ristabilimento dell'ordine; ma nell'agosto gl'insorti divennero praticamente padroni della situazione. Molti cittadini si allontanarono dalla città rifugiandosi in luoghi circonvicini; gli Zeloti si dettero a incendiare e fare stragi, di cui una delle prime vittime fu il sommo sacerdote Anania. Oramai nella Giudea e regioni confinanti dilagavano violenze e stragi; la quale situazione è riassunta dallo storico contemporaneo con queste parole: “Si vedevano città piene di cadaveri insepolti, vecchi morti gittati insieme con bambini, donne non protette da riparo al loro pudore, e tutta la provincia piena di miserie indicibili”[2].

 

A questo punto entrò in scena Cestio Gallo, che era legato romano in Siria ma aveva anche l'alta sorveglianza sulla Giudea Mobilitata la legione XII “Fulminata” con altre truppe ausiliarie, egli mosse contro Gerusalemme, ma appena cominciato l'investimento della città del lato settentrionale egli abbandono le operazioni e si ritirò: la ragione di questa inaspettata decisione non ci è nota, ma probabilmente fu dovuta al fatto che il generale romano s'avvide che le sue truppe, che non superavano i 30.000 armati, erano del tutto inadeguate all'impresa. Dippiù, la ritirata dei Romani fu disastrosa, perché gli imbaldanziti insorti si dettero ad inseguire gl'invasori, e alla stretta di Beh-horon inflissero loro perdite assai gravi di uomini e specialmente di materiali. Questo fatto aprì gli occhi anche a colui che allora stava alla suprema direzione dell'Impero, cioè a Nerone.

 

L'imperatore si trovava allora in Acaia, a deliziare i Greci con le sue buffonate epiche ed esibizioni istrioniche nelle varie città. La notizia dell'insurrezione della Giudea lo costrinse a provvedere al minaccioso avvenimento; e bisogna dire che in quell'occasione fu abile. Egli aveva al suo seguito un generale che non s'intendeva affatto di eroi e di poesia, al punto che una volta si era addormentato sonoramente mentre Nerone declamava i suoi versi; ma era un esperto condottiero, che aveva dato ottime prove in Germania e in Britannia. Si chiamava Tito Flavio Vespasiano, e mostrava una faccia da placido contadino della Sabina, dove era nato vicino a Rieti. Nerone inviò lui nella Giudea, per riparare ai guai successi e anche per levarsi dai piedi quell'uomo che là in quell'ambiente epico sembrava una stonatura.

 

Trasferitosi ad Antiochia in Siria, Vespasiano cominciò col preparare accuratamente il suo esercito, perché sapeva che una delle cause della sconfitta di Cestio Gallo era stata l'indisciplina della sua legione XII “Fulminata”; scartò quindi questa legione, e mobilitò la legione X “Fretensis” con la V “Macedonica”, inoltre inviò suo figlio Tito in Egitto per mobilitarvi la XV “Apollinaris”. A questo nerbo principale, si aggiunsero molte coorti di ausiliari, sei “ali” di cavalleria, e altre truppe offerte da piccoli re circonvicini amici dei Romani. Era un totale di circa 60.000 armati. Il concentramento di tutto l'esercito e il congiungimento con le forze condotte da Tito avvenne a Tolemaide, porto marittimo sui confini della Galilea. Era la primavera dell'anno 67; da questa data cominciò la vera campagna della Giudea, sotto il comando supremo di Vespasiano.

 

Note

[1] Guerra giudaica, II, 254 ss.

 

[2] Guerra giudaica, II, 465.

 

 

DISCORDIE FRA I GIUDEI

 

Da parte loro anche gli insorti si andavano preparando alla resistenza, sia a nord nella Galilea sia a sud in Gerusalemme. Ma nelle masse e specialmente nei dirigenti non c'era concordia, perché se parecchi estremisti volevano la lotta a fondo, molti altri moderati, forse più numerosi, miravano sempre alla possibilità di un componimento con i Romani. Fin dal principio venne in prima linea quel Giuseppe chiamatosi più tardi Flavio Giuseppe, che ci ha tramandato la storia particolareggiata di tutti gli avvenimenti nella sua Guerra giudaica. Ambizioso che voleva tenere il piede in due staffe, era non del tutto favorevole agli insorti ma neppure ostile ad essi; poiché poco prima aveva visitato Roma e aveva visto da vicino la potenza militare di cui disponeva quella dominatrice del mondo, egli non s'illudeva sulla conclusione di tutta la guerra: sarebbe stata una rovina per la sua nazione. Ad ogni modo le circostanze prevalsero su lui, e da principio accettò dagli insorti il comando della Galilea, che avrebbe sostenuto per prima l'urto delle legioni romane: ma appena avvenuto l'urto, con quell'esito disastroso che era prevedibile, egli abbandonò la partita.

 

Giunto sui luoghi di suo comando, Giuseppe si dette da fare, fortificando luoghi, addestrando armati, e in breve ebbe a sua disposizione circa 60.000 uomini, che però erano male armati e peggio addestrati. Subito sorse contro di lui un capobanda, astuto e violento, mosso in gran parte da gelosia contro Giuseppe; si chiamava Giovanni figlio di Levi, ma è passato alla storia sotto il nome di Giovanni di Ghischala, borgata della Galilea, dov'era nato. Da questo momento fino alla catastrofe finale Giuseppe e Giovanni di Ghischala furono accaniti avversari, indebolendo quella compattezza che era necessaria per tener fronte ai Romani.

 

Ma neppure a Gerusalemme c'era concordia. Qui dirigeva Giuseppe figlio di Gurion insieme con l'ex-sommo sacerdote Anano; ma anche qui avvenne una scissione; i rivoluzionari estremisti si raggrupparono attorno a un certo Simone Bar-Ghiora, che si dette a devastare con le sue bande il territorio a nord di Gerusalemme, finché ne fu espulso dagli armati inviatigli contro da Anano: allora egli si ritirò nella surricordata fortezza di Masada, da dove irradiava le sue incursioni nei luoghi deserti circostanti.

 

 

CONQUISTA DELLA GALILEA

 

Preso il comando di tutto l'esercito, Vespasiano iniziò le operazioni entrando nella Galilea, dove comandava Giuseppe: gli armati di costui, adunati a Sefforis, appena comparvero i Romani si sbandarono: i più si rifugiarono a Jotapata situata vicino a Cana di Galilea (quella delle nozze evangeliche) già fatta fortificare da Giuseppe. Chiesti inutilmente rinforzi a Gerusalemme, anche Giuseppe si rifugiò a Jotapata ai principi di maggio del 67. Il posto era in posizione assai favorevole e agguerrito, e poteva opporre una lunga resistenza, ma il giorno appresso vi giunse Vespasiano con tutto l'esercito e bloccò la fortezza.

 

 

I Giudei, che in campo aperto opponevano scarsa resistenza, valevano enormemente di più nella difesa di posti fortificati. Là a Jotapata dettero magnifiche prove, tanto che Vespasiano, pur avendo fretta di invadere la regione, fu trattenuto ben 47 giorni dalla resistenza della fortezza. Jotapata stava inerpicata su uno scosceso colle, ed era accessibile solo dal lato settentrionale; dippiù era recinta di salde mura e di torri, e provvista abbondantemente di vettovaglie. I primi assalti mossi dai Romani furono respinti; allora Vespasiano cominciò un metodico assedio, ricorrendo a tutti gli accorgimenti dell'arte poliorcetica in cui i legionari Romani erano espertissimi. Furono innalzati di fronte alle mura vari bastioni, costituiti da strati di travi incrociate e sovrapposte; sopra o a fianco ad essi vennero collocate le macchine balistiche, che lanciavano a grande distanza grosse pietre, e furono messi in funzione gli arieti, ossia quelle enormi travi che con la testa metallica cozzavano sulle mura e finivano per demolirle. Da parte loro gli assediati non rimanevano inoperosi; per quanto potevano, impedivano i lavori dei Romani lanciando proietti d'ogni genere, e con frequenti sortite tentavano d'incendiare le costruzioni nemiche: miravano specialmente a quelle torri mobili di legno, che venivano spinte su ruote verso le mura, in maniera che i legionari collocati sulle torri combattevano a pari altezza con gli assediati. Spesso i Giudei riuscivano nei loro intenti, incendiando bastioni e torri; una volta anche Vespasiano, che assisteva sempre da vicino i legionari, fu ferito a un piede da una freccia.

Sorpresi da tanta tenacia i Romani intensificarono i lavori, ricostruirono le opere distrutte, ripresero il bersagliamento e la demolizione delle difese con maggiore assiduità. L'esercito Romano era dotato di 160 grosse macchine da lancio (baliste. scorpioni, catapulte), oltre ad arcieri, frombolieri, sagittari, specialmente arabi e siri. Le macchine più grosse scagliavano pietre pesanti fino ad un talento (all'ingrosso 50 chili) che raggiungevano la distanza di circa due stadi (circa 300 metri); le altre lanciavano frecce e giavellotti di varia grandezza: questa pioggia di proiettili impediva praticamente ogni difesa da parte degli assediati, paralizzando anche il loro coraggio. Ad un giudeo che stava sulle mura vicino a Giuseppe, un macigno di balista asportò nettamente la testa, proiettandola giù nel burrone a qualche centinaio di metri di distanza; una donna incinta che usciva di casa fu squarciata da un proiettile, e il bambino fu scagliato distante mezzo stadio. Frattanto gli arieti romani, battendo incessantemente il muro in basso, stavano per farlo crollare; allora Giuseppe, per neutralizzare l'imminente breccia, fece costruire al di dentro un altro muro che avrebbe impedito l'assalto dal di fuori, e insieme rafforzò la protezione del vecchio muro. Attacchi e contrattacchi si susseguivano; alle precedenti maniere di difesa gli assediati aggiunsero anche il lancio di olio bollente sui legionari, quando si avvicinavano alle brecce per l'assalto.

 

Durante queste vicende si ribellò Japha, una borgata non lontana da Jotapata. Per domarla Vespasiano inviò con un forte distaccamento Traiano, comandante la legione X e padre del futuro imperatore omonimo. La borgata fu distrutta, e quasi tutti gli abitanti uccisi. Lo stesso avvenne a grossi accentramenti di Samaritani del monte Garizim.

 

Intanto i lavori contro Jotapata progredivano, e la città era praticamente chiusa da terrapieni e circondata da macchine balistiche; oltre a ciò gli assediati, dopo 47 giorni d'incessanti fatiche, erano estenuati e non resistevano più. Un disertore passato ai Romani riferì che le sentinelle, sull'albeggiare, per la stanchezza cadevano addormentate e quindi mancava ogni sorveglianza; allora Vespasiano, assicuratosi della sincerità dell'informatore, predispose l'assalto per uno dei giorni seguenti. Avvicinatisi al muro quand'era ancora buio, Tito e pochi ardimentosi s'inerpicarono sul muro, uccisero le sentinelle trovate addormentate, e favoriti da una densa nebbia mattutina s'inoltrarono negli angusti vicoli della città, man mano che altri legionari seguivano i primi. Quando cominciò a farsi chiaro, la città e la roccaforte centrale erano già occupate dai Romani, mentre i difensori ancora dormivano. Dei cittadini fu fatta strage, e poi la città fu rasa al suolo.

 

Giuseppe, che si era rifugiato insieme con altri in una caverna, fu ricercato per ordine di Vespasiano e infine scoperto. Che cosa avvenne, è narrato da lui in una stentata pagina che ha tutto l'aspetto di essere una pudibonda invenzione per dissimulare il suo voltafaccia: certo è che egli passò disertore ai Romani, e rimase poi sempre a fianco di Vespasiano e di Tito, come prigioniero di riguardo. Si era ai principii di luglio.

 

Accelerando i tempi, Vespasiano conquistò rapidamente il resto della Galilea, per avere le spalle sicure prima di spingersi al sud contro Gerusalemme. Espugnò poi la fortezza di Gamala e l'altra sul monte Tabor, ove avvennero grandi stragi. Ghischala, la roccaforte di Giovanni, si arrese pacificamente dopo la fuga di costui, e perciò si salvò dalla distruzione.

 

Nell'autunno dell'anno 67 tutta la Galilea era domata, e la strada verso Gerusalemme non aveva più sbarramenti. Secondo l'uso di quei tempi, Vespasiano provvide agli alloggi per l'esercito, dovendo sospendere le operazioni durante l'inverno; inviò le legioni V e XV a svernare a Cesarea marittima, e la legione X a Scitopoli: questa linea diretta Cesarea-Scitopoli divideva in due parti la Giudea, cosicché Vespasiano situato al centro poteva sorvegliarla agevolmente.

 

In campo avversario, a Gerusalemme, non c'era ancora compattezza, nonostante che gli affari della guerra avessero preso chiaramente una brutta piega. Fra il partito sadduceo-aristocratico avverso alla guerra, e quello degli Zeloti fautori di essa, la scissione si allargava sempre più; coloro che crescevano in potenza erano naturalmente gli Zeloti, i quali accusavano i capi del partito opposto come responsabili delle perdite fino allora subite. L'arrivo a Gerusalemme di Giovanni di Ghischala, scampato con numerose bande dei suoi scherani dalla Galilea, rese onnipotenti gli Zeloti, che passarono subito ai fatti.

 

LE STRAGI IN GERUSALEMME

 

Furono imprigionate o uccise le persone più in vista del partito sadduceo, e arbitrariamente si sostituirono anche coloro che occupavano le più alte cariche del tempio ebraico. Alcuni esponenti dell'aristocrazia sacerdotale organizzarono una certa resistenza, appoggiandosi agli elementi moderati ch'erano ancora forti nella città. Allora i rivoluzionari Zeloti si videro in pericolo, essendo in minoranza numerica di fronte ai moderati, e per riottenere la preponderanza chiamarono in città i selvaggi abitanti dell'Idumea, dove aveva dominato il feroce Eleazaro figlio di Anania. Riusciti a stento a penetrare di notte in città, gli Idumei cominciarono un metodico macello prima attorno al tempio ebraico, e poi in tutta la città. “Il di fuori del tempio”, dice Flavio Giuseppe[1], “tutto allagato di sangue, e allo spuntare del giorno vi si trovarono 8500 morti;... appresso Zeloti e Idumei gettatisi sul popolo, come su una mandra di animali immondi, ne fecero strage”[2].

 

 

Le vittime d'età giovanile appartenenti al ceto sadduceo-aristocratico furono 12.000, in questa prima ondata di terrore; ma poi furono istituiti regolari tribunali per togliere di mezzo, con pretesti di ogni genere, le persone destinate a scomparire. Molti cittadini, perciò, potendo si davano alla fuga recando notizie di questi fatti anche a Vespasiano; il quale aspettò tranquillamente che le varie fazioni nemiche continuassero a indebolirsi dilaniandosi tra di loro con la guerra civile. A un certo punto perfino gli Idumei furono nauseati da tali scempi, e abbandonata Gerusalemme si ritirarono nella loro regione; dentro la città rimasero padroni assoluti gli Zeloti. Ma al di fuori rimase anche Vespasiano, che frattanto con metodiche incursioni andava restringendo il cerchio dentro cui chiudere Gerusalemme, e lasciava nei vari posti distaccamenti delle sue truppe: il risultato di queste operazioni strategiche fu che, nella primavera inoltrata, Gerusalemme rimase circoscritta alla larga da una catena di posti fortificati romani.

 

Note

[1] Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, IV, 313.

 

[2] Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, IV, 326.

 

 

IL TRONO DEI CESARI OSCILLA

 

A questo punto (anno 68) gli avvenimenti della Giudea si complicarono con le tragiche vicende di tutto l'Impero. Il 9 giugno morì Nerone, e cessato con lui il prestigio della famiglia Giulio-Claudia cominciò il franamento nell'autorità imperiale e l'arrembaggio al trono dei Cesari. Pretendenti si fecero avanti da varie regioni dell'Impero: Vindice dalla Gallia, Galba dalla Spagna, Vitellio dalla Germania, Otone a Roma: ogni pretendente si appoggiava su truppe dipendenti da lui. In questo sconquasso generale non era opportuno per Vespasiano portare avanti le operazioni militari della Giudea; oltre tutto, egli non sapeva da chi dovesse ricevere ordini, giacché in soli dieci mesi figurarono come successori di Cesare tre imperatori, che finirono uccisi. E così le legioni della Giudea rimasero inoperose per circa un anno, dal giugno del 68 al giugno del 69; inoperose strategicamente, ma anche politicamente, perché a differenza delle altre legioni disperse nel resto dell'Impero esse non presentarono alcun candidato al seggio imperiale.

 

Ma anche fra gl'insorti della Giudea c'era rivalità non meno che fra i legionari di Roma. Dentro Gerusalemme dominava Giovanni di Ghischala con gli Zeloti, suoi partigiani: per costoro lo stato di guerra era incentivo a ogni sregolatezza perché entrando nelle case private depredavano, uccidevano, violentavano donne, si vestivano essi stessi da donna profumandosi e imbellettandosi, e facevano altre cose che è facile immaginare. I cittadini che subivano tali violenze tentarono liberarsene servendosi di un partito rivale, e chiamarono in città quel Simone Bar-Ghiora che stava annidato con í suoi briganti nella fortezza di Masada; ma il rimedio aumentò il male. Nell'aprile del 69 Simone entrò in Gerusalemme, ma gli Zeloti di Giovanni fecero resistenza asserragliandosi nel munitissimo tempio ebraico, che resistette facilmente agli assalti di Simone; e così la città rimase divisa fra i due gruppi di Simone e di Giovanni, battaglianti fra loro. E neppure bastò; nel gruppo di Giovanni si produsse un'altra scissione, perché molti suoi seguaci si staccarono da lui mettendosi al seguito del sacerdote Eleazaro. Costoro occuparono la parte più interna e più alta del tempio, dove si difendevano facilmente dagli assalti di Giovanni che stava più in basso; a sua volta Giovanni, che era ben fornito di macchine da lancio, bersagliava con proietti d'ogni genere il settore occupato da Eleazaro facendovi molte vittime anche fra i non combattenti.

 

Il servizio liturgico, infatti, continuava anche in questo stato di cose, con la tenacia mostrata altre volte dagli Ebrei. Gíovanni lasciava passare i pellegrini che dalla Giudea e da fuori venivano nel tempio a fare sacrifici, sebbene li perquisisse accuratamente prima dell'ingresso; ma anche quand'erano occupati nei sacrifici, arrivavano spesso dal basso i proietti lanciati dalle baliste e catapulte di Giovanni e facevano strage. Con i cadaveri dei paesani si mescolavano quelli degli stranieri, e con quelli dei sacerdoti quelli dei laici; dappertutto il sangue degli uccisi formava lago dentro i divini recinti[1]. Oltre allo scempio di vite umane si faceva scempio di vettovaglie, giacché in questi attacchi e contrattacchi andarono perdute enormi provviste di frumento ed altre cibarie, che finivano incendiate o disperse. Si sarebbe detto che gli insorti di Gerusalemme non si avvedevano che la vera lotta con i Romani ancora non era cominciata, o almeno che essi intendessero renderla più dura e rovinosa a se stessi sperperando combattenti e vettovaglie.

 

In queste condizioni si giunse alla fine del giugno dell'anno 69. Vespasiano, che sorvegliava strategicamente da vicino Gerusalemme, da lontano sorvegliava anche le vicende politiche dell'Impero, e accortamente era intervenuto per indirizzarle in suo proprio favore. Mediante Tiberio Alessandro, un ex-giudeo già procuratore romano della Giudea, egli guadagnò alla propria causa le legioni romane dell'Egitto, che il 1° luglio del 69 proclamarono imperatore Vespasiano, e così si unirono con quelle della Giudea comandate da Vespasiano stesso. Il governatore della Siria, Licinio Muciano, intervenne apertamente e fece riconoscere Vespasiano in tutto l'Oriente: da questo momento egli ebbe causa vinta.

 

Prima di trasferirsi a Roma per prender possesso del trono dei Cesari, Vespasiano si recò ad Alessandria, ove dette incarico a suo figlio Tito di portare a termine la guerra della Giudea. Tito prese molto a cuore l'incarico, proponendosi di assolverlo in breve tempo, e si mise immediatamente all'opera. Mentre Vespasiano si tratteneva ancora alcuni mesi ad Alessandria, suo figlio si recò per via di terra a Cesarea per predisporre l'assalto finale contro Gerusalemme. Rinforzò egli l'esercito già impiegato dal padre, unendo alle tre legioni e alle altre truppe di lui la disgraziata legione XII “Fulminata”, che nel frattempo era stata rinnovata; incorporò anche molte truppe ausiliarie offerte da re alleati, raggiungendo un totale di circa 80.000 armati: quindi ordinò il concentramento di tutto l'esercito attorno a Gerusalemme.

 

Era l'anno 70, ai primi del mese Nisan (marzo-aprile), in cui cadeva la Pasqua ebraica. Le strade erano già affollate da pellegrini ebrei, che dalla Giudea e dall'estero si recavano a Gerusalemme per celebrarvi la festività. L'affluenza di quelle centinaia di migliaia di pellegrini non fu disturbata dai legionari, perché era tutta gente non adatta ai combattimenti ma adattissima a rendere difficile la resistenza della città. Giunto nei sobborghi, Tito volle fare una rapida ricognizione delle mura settentrionali, e con una scorta di 600 cavalieri si spinse fino agli avamposti nemici. Fu un'imprudenza, perché assalito furiosamente si salvò a stento, e dovette combattere egli stesso personalmente sebbene si trovasse privo di elmo e di corazza.

 

Poco dopo avvenne un'altra minaccia. Le legioni XII e XV si erano già accampate a nord della città, e dietro ad esse anche la V legione, quando dalla strada di Gerico giunse la X legione che doveva prendere posizione sul Monte degli Olivi; senonché, mentre disponeva gli accampamenti, fu assalita con impeto dai Giudei e messa in serio pericolo: accorse Tito e, combattendo anche questa volta personalmente, riuscì a ricacciare gli assalitori giù nella valle del Cedron.

 

Pure in queste distrette, la faziosità partigiana che divideva i tre gruppi di combattenti giudei non cedette. Proprio nel giorno di Pasqua, quando l'enorme ressa dei pellegrini rendeva assai difficile riconoscere le persone, Giovanni di Ghischala fece travestire da pellegrini un gran numero dei suoi partigiani, che così poterono penetrare indisturbati nel settore più interno del tempio, quello occupato dai partigiani di Eleazaro: entrati che furono, estrassero le armi nascoste sotto le vesti, e così s'impadronirono di tutto quel settore. Perciò rimasero, in città solo gli affiliati alle due bande di Giovanni di Ghischala e di Simone Bar-Ghiora. Tuttavia poco più tardi, al vedere che Tito restringeva sempre più il cerchio racchiudente la città e metteva in funzione le macchine balistiche, anche le due fazioni superstiti si conciliarono e fecero fronte unico contro i Romani.

 

Vari tentativi fatti da Tito per indurre gli assediati ad una resa pacifica, caddero nel vuoto: quando, per ordine di Tito, si avvicinava alle mura per parlamentare il disertore (Flavio) Giuseppe, era accolto dai difensori con valanghe d'insulti e maledizioni.

 

Visto che non c'era nulla da sperare per un componimento, Tito fece avvicinare anche più gli accampamenti alle mura e ordinò di abbattere tutti gli alberi all'intorno, in modo di avere il terreno spianato per mettere in azione le macchine d'assedio. Subito appresso cominciò il bersagliamento. Le catapulte scagliavano grosse frecce; le baliste proiettavano grossi macigni, anche di mezzo quintale l'uno. I difensori delle mura erano spazzati via da quella grandine esiziale; ma presto impararono ad evitare i proietti, specialmente quando erano di gran mole: in questi casi il biancore della pietra e il rombo della sua traiettoria lo segnalavano alle vedette che stavano sulle mura, e queste davano l'avviso gridando con frase semitica: “Arriva il figlio!”, cosicché tutti correvano a ripararsi, avendone quasi sempre il tempo. Ma i Romani s'accorsero di ciò, e allora tinsero di nero i sassi delle baliste, che perciò non si distinsero più e ricominciarono a fare strage fra i difensori delle mura.

 

Nello stesso tempo gli arieti romani battevano in basso contro tre punti del muro terzo della città, che era il più esterno e saldissimo, per aprirvi brecce; ma dopo alcuni giorni gli assediati fecero un'improvvisa sortita, e riuscirono ad incendiare parte delle opere romane. Accorse Tito con rinforzi, uccise di sua mano dodici degli assalitori e respinse gli altri; per proteggere poi stabilmente il lavoro degli arieti, fece costruire tre alte torri di legno, più elevate del muro, e gli arieti ricominciarono a percuotere. Dopo quindici giorni di martellamento. l'ariete più potente che avevano i Romani e che era chiamato “Nikon” (vittorioso), aprì una breccia, e subito i Romani si precipitarono dentro dilagando nel quartiere di Bezetha, ch'era il più settentrionale della città. Si era ai principii di maggio.

 

Sperando sempre in una resa degli assediati, Tito intensificò gli assalti e dopo cinque giorni aprì una breccia anche nel muro secondo, ch'era più interno; non volle però allargare molto il passaggio, per non danneggiare troppo il complesso monumentale. Questo riguardo usato verso i Giudei fu dannoso, perché gli assediati contrattaccarono subito, respinsero parte dei Romani fuori della nuova breccia e parte ne rinchiusero dentro la città. Intervenne prontamente Tito con rinforzi, e riuscì a liberare i legionari rimasti rinchiusi; dopo altri quattro giorni di lotta, divenne nuovamente padrone del muro secondo. Seguì una breve sosta nelle operazioni, perché Tito volle fare una grande parata militare, per impressionare i Giudei e insieme distribuire la paga ai legionari; gli assediati accorsero in folla e dall'alto delle mura assistettero curiosi alla parata, ma quanto ad arrendersi non vi fu alcun accenno. Perciò furono riprese le operazioni, con l'intenzione questa volta di andare fino in fondo.

 

Adesso gli obiettivi dei Romani erano la conquista dell'agguerritissima fortezza Antonia, che proteggeva dal nord il tempio ebraico, e l'invasione dei quartieri alti della città. Contro questi obiettivi Tito fece costruire verso la metà di maggio quattro grossi bastioni di legname, due contro l'Antonia e due contro la città alta, presidiati ciascuno da una legione. Senonché, mentre i quattro bastioni erano tuttora in costruzione, i Giudei ricorsero alle contromisure. Sotto i bastioni contro l'Antonia, Giovanni di Ghischala scavò gallerie sotterranee, tenute frattanto in piedi da armature di legno; Simone Bar-Ghiora preparò un assalto a fondo contro i bastioni che minacciavano la città alta. Quando tutti i bastioni furono terminati e cominciarono a battere le antistanti mura, Giovanni dette fuoco alle armature che sostenevano le sue gallerie, cosicché crollò il terreno sovrastante insieme con i bastioni; dal canto suo Simone assalì con materie incendiarie gli altri bastioni, e riuscì a bruciarli e distruggerli. Questa perdita fu assai grave per i Romani perché, oltre il resto, il legname difettava e tutti i luoghi circonvicini erano già stati denudati di alberi.

 

Nota

[1] Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, V, 18.

 

 

LA FAME

 

Il compito dei Romani diventava sempre più arduo; ma in aiuto di Tito intervenne una circostanza nuova, alla quale del resto egli aveva già pensato. La città, come si è visto, rigurgitava di pellegrini affluitivi per la Pasqua ebraica e rimasti chiusi dall'assedio; ora, tutta questa moltitudine di stranieri aveva portato con sé vettovaglie per pochi giorni confidando di rimanere brevemente in città, come al solito, e di trovarvi le cibarie ordinarie: e invece, data l'affluenza, le provviste in poco tempo mancarono del tutto e la fame divenne generale e irrimediabile. Molti pellegrini tentarono di allontanarsi dalla città, vendevano ciò che avevano, ingoiavano le poche monete d'oro ricavate, e fuggivano occultamente per la campagna o presso i Romani; poi con quelle monete, riottenute poco dopo per le vie naturali, si procuravano cibi fuori della cinta d'assedio. Altri, nottetempo, strisciando perlustravano la zona antistante alle mura fino agli avamposti romani, raccoglievano ogni minimo rifiuto di cibo sfuggito ai cani randagi ed agli sciacalli, e se riuscivano a scampare dalle frecce dei legionari rientravano rapidamente in città. Tito sapeva tutto ciò, e per intimidire gli assediati ordinò di crocifiggere dirimpetto alle mura tutti quelli che ne uscivano spinti della fame; ne furono crocifissi più di cinquecento al giorno, ma i capi dei rivoltosi risposero con la già ricordata distruzione dei quattro bastioni romani. Allora Tito, per non esporre i legionari a ulteriori perdite, e insieme per sbarrare la via a quanti uscissero per foraggiare, sottopose al consiglio di guerra la proposta di costruire tutt'intorno alla città un muro di circonvallazione, posto fuori del tiro degli assediati, che impedisse ogni minimo passaggio. La proposta, approvata dagli alti comandanti, fu subito eseguita: per i legionari, lungamente esercitati in tal genere di lavori, non era un'impresa di straordinaria difficoltà. Distesesi a catena, le legioni in soli tre giorni costruirono un muro alto 3 metri e lungo 39 stadi (più di 7 chilometri); partiva esso dal lato occidentale della città, dove Tito aveva messo il suo personale accampamento, e scendendo verso il sud piegava poi nella valle della Geenna, risaliva quindi a nord sul monte degli Olivi, puntando infine verso ovest si ricongiungeva attraverso il quartiere di Bezetha al suo punto di partenza. Lungo il percorso erano collocate 13 ridotte fortificate, con presidii armati. Al cominciare della notte, Tito in persona ispezionava tutte le ridotte; sulla metà della notte passava a ispezionare il già ricordato Tiberio Alessandro, che adesso fungeva da preside del consiglio di guerra; sul far del mattino passavano i comandanti delle legioni. Le ridotte erano munite di torrette per segnalazioni luminose durante la notte, e così erano in continuo collegamento fra loro.

 

 

L'AGONIA DI GERUSALEMME

 

Appena cominciò a funzionare, il muro di circonvallazione sembrò annunziare la condanna a morte di tutti gli assediati: la morte di fame. Dentro la città i non combattenti non trovavano assolutamente nulla da mangiare, essendo stato tutto distrutto negli scontri fra le varie fazioni giudaiche o consumato dai pellegrini affluiti per la festività pasquale. Dal di fuori non giungeva più neanche un filo d'erba; al di dentro i capi degli Zeloti frugavano dappertutto per scovare ogni cosa che potesse servire da cibo per i combattenti delle mura; i non combattenti erano abbandonati alla loro sorte, e le loro case venivano perquisite continuamente nell'illusione di scoprire cibi nascosti. Per un pugno di orzo marcito si pagarono enormi ricchezze; piccole quantità di fieno vecchio triturato raggiunsero il prezzo di quattro mine ateniesi; quando mancarono anche queste cose, si cominciò a masticare il cuoio degli scudi e dei calzari e a ingoiare cose immonde ritrovate nelle fogne.

 

E intanto davanti al muro di circonvallazione si infittivano sempre più i pali dei crocifissi: a un certo punto mancò legno per le croci e terreno adatto dove piantarle; i brutali legionari, poi, si divertivano dall'alto del loro muro a mostrare agli estenuati difensori della città gli abbondanti cibi che essi ricevevano puntualmente dall'intendenza militare. Tuttavia dopo alquanto tempo si trascurò la norma di crocifiggere i foraggiatori randagi, e si giunse anche ad elargire loro qualche nutrimento; ma quasi sempre ne seguiva la morte, a causa dell'avidità con cui quei cibi erano trangugiati. Un fatto assai grave per i transfughi giudei avvenne un giorno in cui i mercenari arabi e siri, in servizio presso le legioni, s'avvidero che un transfuga ricuperava le monete d'oro ingoiate poco prima, secondo l'astuzia che già vedemmo. A questa scoperta si diffuse la voce che i fuggiaschi partivano da Gerusalemme col ventre pieno d'oro: subito i mercenari in servizio legionario si dettero a squarciare il ventre a quanti si avvicinavano alla circonvallazione, sperando di ritrovarvi tesori, e in una sola notte furono uccisi in tal modo 2000 Giudei. Quando Tito seppe il fatto. fece circondare dalla cavalleria i mercenari colpevoli, col proposito di metterli a morte; ma trovò ch'erano in così gran numero da non poterli giustiziare senza indebolire l'organizzazione romana. Impartì allora ordini severissimi affinché non s ripetesse il delitto, e i legionari denunziassero gli eventuali colpevoli; ma il delitto continuò, sebbene con maggiore accortezza, e così molti Giudei già pronti a disertare abbandonarono l'idea.

 

L'interno della città andava prendendo sempre più l'aspetto d'un cimitero, come la descrive il testimonio Giuseppe. Le case erano piene di morti o di moribondi; si ritrovavano lungo strade e vicoli cadaveri ad ogni passo; i giovani e i ragazzi più robusti si aggiravano a stento da casa a casa come fantasmi traballanti e gonfi, e cadevano improvvisamente morti. Nessuno provvedeva alla rimozione dei cadaveri, sia perché mancavano le forze, sia perché la fame aveva spento ogni affetto umano. Su tutta la città, morta o morente, incombeva un silenzio di tomba.

 

Eppure, un giorno avvenne un fatto la cui notizia commosse per qualche ora quella città di spettri. Alcuni Zeloti in giro d'ispezione, passando per un vicolo, sentirono un profumo di arrosto che usciva da una casa. Sbalorditi da quell'incredibile odore, irruppero dentro; trovarono una donna ancora viva, e minacciarono di scannarla all'istante se non consegnava la vivanda fiutata. La donna presentò il cibo che si era preparato. Era il suo stesso bambino lattante, che ella impazzita dalla fame aveva ucciso di sua mano, e poi arrostito, e infine aveva mangiato per metà, riservandone il resto per un altro giorno.

 

La tragica madre era una certa Maria, di ricca famiglia di Beth-Ezob in Transgiordania, che venuta a Gerusalemme per la Pasqua vi era rimasta chiusa dentro dall'assedio. L'orrida notizia si sparse per la città, e giunse anche di là dalle mura, ai Romani e a Tito. Il generale romano, invocando Dio a testimonio, protestò che l'inaudito misfatto ricadeva sugli ostinati insorti, a cui egli inutilmente aveva offerto più volte la resa, e giurò che avrebbe vendicato tanta infamia con la rovina della città. Il ricordo dell'episodio si trasmise per secoli, e anche Dante lo accenna col truce verso: “Quando Maria nel figlio dié di becco”.[1]

 

A un certo punto gli stessi privilegiati combattenti non ebbero più nulla da mangiare, e allora consumarono le provviste sacre di olio e di vino depositate nel tempio ebraico, che da tempi antichissimi erano rispettate con arcana venerazione Mancavano anche uomini capaci di reggersi in piedi per qualunque prestazione; perciò si semplificarono i servizi a cominciare da quello più importante di tutti, cioè lo sgombero dei cadaveri sparsi per la città. Da allora i morti furono gettati nei burroni che fiancheggiavano le mura, che quindi diventarono un carnaio pestilenziale e un pantano di marciume. In meno di tre mesi, da una sola porta della città, furono gettati fuori 115.880 cadaveri.

 

Ma oramai si era alla fine. Per accelerarla, Tito fece costruire nuove opere, cioè quattro enormi bastioni tutti contro la zona del tempio ebraico; fu un lavoro immane perché, essendo già state disboscate le vicinanze di Gerusalemme, i legionari dovettero provvedersi del legname a più di sedici chilometri di distanza, lavorando continuamente per ventun giorni. Sortite fatte dagli assediati, per incendiare i bastioni appena finiti, furono respinte dall'accresciuta vigilanza dei Romani: alla loro volta furono respinti dagli assediati alcuni tentativi romani di dare la scalata alle mura della fortezza Antonia, attraverso le brecce aperte dagli arieti. Ma il giorno 5 del mese Panemos (luglio) un nuovo tentativo riuscì; un manipolo di assalitori, sul far della notte, sorprese le sentinelle e le uccise, e così penetrò nella fortezza. Le trombe romane dettero il segnale dell'assalto generale, accorse Tito con legionari scelti e impegnò una lotta furibonda che durò lunghe ore: i Romani ebbero gravi perdite, ma alla fine rimasero padroni dell'Antonia e di là misero in fuga i Giudei verso il sottostante tempio.

 

Tito, incalzando, ordinò di demolire l'Antonia per avere via libera verso il tempio, dove i Giudei avevano concentrato le loro ultime resistenze. Ai 17 del mese Panemos avvenne un fatto di lugubre importanza per l'ebraismo di tutto il mondo: quel giorno non si celebrò più il sacrificio perenne, che da secoli si celebrava ogni giorno immancabilmente. La ragione di tale cessazione fu, come dice Flavio Giuseppe, la “mancanza di uomini”, cioè dei ministri ebraici incaricati del sacrificio.

 

Demolita l'Antonia, il tempio rimase scoperto e diventò l'obiettivo degli assalti romani. Il pericolo della sua distruzione era evidente, e invece Tito intendeva salvarlo, anche perché era un monumento d'importanza singolare in tutto il mondo. Ripetuti inviti per indurre i Giudei alla resa ottennero solo la diserzione di pochi combattenti, fra cui vari sacerdoti ebrei; così pure non raggiunsero lo scopo alcuni attacchi dei legionari, sebbene preparati accuratamente. Ancora una volta bisognò ricorrere alle solite opere di demolizione mediante gli arieti. Senonché quel muro settentrionale del tempio, costruito pochi decenni prima da Erode il Grande, era saldissimo, perché costruito con enormi macigni bene squadrati e riconnessi l'un l'altro: i più potenti arieti non riuscivano a scuoterlo. Anche una scalata dei Romani, sebbene raggiungesse la cima del muro e vi piantasse i vessilli, si concluse con gravi perdite: un furioso contrattacco dei Giudei ributtò abbasso alcuni legionari, altri ne uccise, e i gloriosi vessilli rimasero in potere dei Giudei. A Tito non restò altro mezzo che ricorrere al fuoco. Per aprirsi il varco attraverso le porte metalliche, fu accumulata addosso ai battenti gran quantità di materiale incendiario; appiccato il fuoco, si sprigionarono alte fiamme, i metalli si fusero, i battenti crollarono, e l'incendio si propagò oltre, nel portico interno del tempio.

 

La vista delle fiamme atterrì i difensori, i quali per una persuasione superstiziosa ritenevano che il loro sacro recinto sarebbe rimasto immune da tanta sventura; vedendo crollare a loro persuasione, rimasero come paralizzati non facendo nulla per estinguere l'incendio o reagire. Aperto ormai l'accesso, Tito dette ordine di spegnere le fiamme e di sgomberare il passaggio per l'imminente assalto delle legioni.

 

Tutto crollava, salvo la tenacia dei difensori, ormai sorretti soltanto dalla forza della disperazione. Il 9 del mese Loos (5 agosto) Tito tenne consiglio di guerra per stabilire la sorte da far subire al tempio quando fosse espugnato, come si prevedeva fra breve; alcuni del consiglio sostennero che dovesse esser trattato come semplice fortezza, perché i Giudei avevano profanato il suo carattere sacro, e quindi doveva essere distrutto; invece altri, compreso Tito, espressero il parere che doveva essere salvato, nonostante l'impiego bellico che i Giudei ne avevano fatto. Questo secondo criterio prevalse, e conforme ad esso venne predisposto l'assalto. Il giorno appresso (6 agosto) avvenne la catastrofe massima per l'ebraismo di tutti i secoli.

 

Nota

[1] Dante Alighieri, Purgatorio, XXIII, 30

 

 

L'INCENDIO DEL TEMPIO EBRAICO

 

Nella mattinata di quel giorno le posizioni dei due belligeranti erano le seguenti. Dei tre “atrii” del tempio, tutti all'aria aperta, i Romani si erano impadroniti del più esterno, chiamato “atrio dei Gentili”; inoltre, l'incendio delle porte aveva aperto l'accesso all'“atrio interno” che non offriva sbarramenti intermedi di grande importanza: in fondo a questo “atrio interno” si ergeva il “santuario”, il luogo più sacro di tutta la terra e dimora del dio Jahvé, secondo la fede ebraica. Restava da occupare, più che da conquistare, lo spazio che andava dalle porte incendiate fino al “santuario”.

 

In quella mattinata i legionari erano ancora impegnati a spegnere gli avanzi dell'incendio, che si era propagato all'“atrio interno”. Un improvviso assalto dei Giudei, proveniente dal lato orientale, impegnò seriamente le forze romane che presidiavano quel settore; ma, accorso Tito con rinforzi, i Giudei furono respinti dopo tre ore di attacchi e contrattacchi. Quietato quel settore, Tito si ritirò nella sua tenda per riposarsi. Poco dopo i Giudei rinnovarono l'assalto, dirigendolo questa volta contro i legionari occupati a spegnere i rimasugli dell'incendio. Anche questa volta furono respinti, ma per di più furono inseguiti dai Romani attraverso lo spazio vuoto. fino al “santuario”: questo inseguimento disordinato e rabbioso fu la causa immediata della catastrofe. In quella corsa confusa, mentre i legionari lanciavano addosso ai fuggiaschi quanto capitava loro fra mano compresi i tizzoni dell'incendio, un romano, come narra Flavio Giuseppe,[1] di sua iniziativa afferra un tizzone ardente e sollevato da un compagno lo lancia dentro una finestra la quale immetteva nelle stanze che attorniavano il “santuario” dal lato settentrionale. Quelle stanze erano costruite di legno vecchio, e forse contenevano materie infiammabili destinate agli olocausti del tempio. Caduto il tizzone ivi, nella temperatura del torrido agosto, le scintille sprizzate fecero subito divampare l'incendio. Il fervore della mischia impedì da principio di badare all'incendio: poco dopo, quando si tentò di domarlo, era troppo tardi.

 

Il bagliore delle fiamme e i messi urgenti inviati a Tito, lo fecero accorrere sul posto insieme con alti ufficiali. Ordinò egli di domare l'incendio, ma i suoi comandi o non furono uditi nella confusione, o espressamente furono trascurati dai soldati, perché di solito le fiamme significavano la vittoria e l'inizio del saccheggio. A quella vista accorsero le legioni unendosi con i soldati già sul posto, e quella massa travolgente invase il “santuari” con tale veemenza che i legionari si schiacciavano fra loro sulle porte. Gli accorsi, mentre propagavano a bella posta l'incendio, cominciarono anche a fare strage dei Giudei che non erano riusciti a fuggire. Attorno al grande “altare degli olocausti”, che sorgeva nel mezzo, si formarono ben presto mucchi di cadaveri.

 

In quella bolgia infernale Tito si convinse che non poteva imporre alcuna disciplina. Egli riuscì a penetrare, con alcuni comandanti, nell'interno del “santuario” quando ancora non era stato raggiunto dall'incendio; là tentò ancora una volta di trattenere la furia dei legionari e il propagarsi delle fiamme ma tutto fu inutile; i suoi ordini non erano ascoltati, e le bastonate da lui largamente inflitte non facevano alcun effetto su quelle belve furiose. Un momento in cui egli si voltò, per impedire ad alcuni soldati di entrare, un legionario dall'altra parte lanciò del fuoco dentro al “santo dei santi”, che era la parte più interna e più sacra del “santuario”. Tutto era perduto.

 

Da più di un secolo nessun uomo di stirpe non ebraica era penetrato nel “santo dei santi”; ciò era avvenuto l'ultima volta nell'anno 63 a.C., quando Pompeo Magno aveva conquistato Gerusalemme sotto il consolato di Marco Tullio Cicerone. In quell'occasione Pompeo volle vedere personalmente quali misteriosi oggetti si trovassero in quel luogo celebratissimo in tutto il mondo: fra l'altro si raccontava che in quel geloso adito si adorasse un nume con la testa d'asino, che è quanto più tardi si raccontò dei cristiani. E invece, entrato che fu, Pompeo non vi trovò assolutamente nulla. Era, infatti, il tempio di un Dio immateriale.

 

Ciò che avvenne dopo l'incendio del tempio, non è che una triste storia di stragi e di rovine. Degli arredi del tempio che si poterono salvare, i più importanti furono il candelabro d'oro a sette bracci e la tavola d'oro dei “pani di proposizione”; essi comparvero nel trionfo celebrato nel 71 a Roma da Vespasiano e Tito, e ancora oggi si vedono raffigurati nell'arco trionfale di Tito eretto sulla Via Sacra.

 

Nota

[1] Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, VI 252

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