Fonte: Ma'an
http://www.palestinarossa.it
27 Set 2012

Smascherare il razzismo dietro la soluzione dei due stati
di Haidar Eid 
Traduzione a cura di Castelli per la Palestina

È stato detto e scritto molto riguardo gli accordi di Oslo e Ginevra. I firmatari sostengono che all’inizio questi documenti molto discussi hanno aperto nuove possibilità di “cooperazione” per quelle posizioni che per lungo tempo sono parse inconciliabili.

Per esempio i firmatari dell’accordo di Ginevra, Yasser Abed Rabbo e Yossi Beilin, credono che “l’unica soluzione del conflitto israelo-palestinese sia la fondazione di due stati”.  E, in quello che suona come un avvertimento, il secondo [il negoziatore sionista NdT] aggiunge che la finestra per la soluzione dei due stati non resterà aperta per un tempo indefinito e che Israele sarà costretta ad affrontare la “minaccia demografica” imposta su di essa dai palestinesi nella Palestina storica. Al contrario questo articolo sostiene che, date le condizioni attuali, la soluzione dei due stati nega la possibilità di una coesistenza reale fondata sull’uguaglianza.

Ciò perchè sia il documento di Ginevra che gli accordi di Oslo accettano l’opinione sionista e, per la prima volta nella storia del conflitto, cercano di legittimare Israele come uno stato ebraico nella Palestina storica.

Dunque in entrambi questi documenti Israele verrebbe confermato come “lo stato di tutti gli ebrei” e non come “lo stato di tutti i suoi cittadini”. La logica di separazione implicita in questi documenti implica alcune contraddizioni fondamentali e dà per scontate delle questioni molto serie.

Gli accordi hanno legittimato l’apartheid. Entrambi i documenti includono un linguaggio che ricorda, eufemisticamente, una serie di leggi conosciute come Group Areas Act, che costrinsero milioni di sudafricani non bianchi al trasferimento forzato in ghetti stabiliti su base razziale. È stato creato per suddividere i gruppi razziali in zone residenziali differenti.

Come durante il Sudafrica dell’apartheid, dove le aree più sviluppate e l’84% della terra disponibile erano riservate ai bianchi, che costituivano solo il 15% della popolazione totale,  in Palestina anche il 22% della terra storica sul quale si suppone che si dovrebbe dichiarare uno “stato indipendente” viene considerata “in discussione” dagli accordi di Oslo.

Nel caso sudafricano il rimanente 16% di terre venne occupato dall’80% della popolazione. Ma, contrariamente a ciò che succede per il caso palestinese, non gli è mai stata data legittimità dalla dirigenza della popolazione indigena.

Come si può chiedere il rispetto delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che sostengono il diritto al ritorno per i 4 milioni e mezzo di profughi palestinesi alle loro terre in Israele e allo stesso tempo mantenere la natura esclusivamente ebraica dello stato? Ad onor del vero questa contraddizione appare anche nella letteratura del Movimento di Resistenza Palestinese. Sia Hamas che l’OLP non sono capaci di rispondere a questa domanda. Inoltre come può questa soluzione risolvere il problema del razzismo e dell’oppressione culturale dei cittadini palestinesi di Israele, già marginalizzati.

Oltretutto la nascita di uno stato indipendente è ancora una possibile soluzione al problema palestinese?
 

Nessun comportamento israeliano supporta uno stato completo

Il ragionamento di Beilin e di Abed Rabbo, che è anche quello della leadership dell’Autorità Palestinese, è che solo i negoziati possono risolvere il problema. Per dieci anni i negoziati non hanno mosso di una virgola le posizioni israeliane; i negoziati di Camp David hanno portato all’impasse che era già stata prevista sia dalla sinistra palestinese che dalla sinistra antisionista israeliana. Le linee rosse di Ehud Barak del ’99 ora sono ben note, e la piattaforma politica di Netanyahu porta a niente più che a un cantone per i nativi palestinesi.

Naturalmente la difesa che Avigdor Lieberman fa della pulizia etnica della Palestina gli ha permesso di guadagnare un numero maggiore di seggi alla Knesset. Aggiungiamo a ciò il fatto che nessuna clausola degli accordi di Oslo menziona mai la nascita di uno stato palestinese, dunque lasciando regolare la questione ai rapporti di forza nella regione. L’ago della bilancia pende in favore di Israele, che rifiuta la creazione di uno stato palestinese sovrano, nonostante il suo riconoscimento da parte dell’OLP.

Nessun partito israeliano, nè quello laburista nè il Likud, è pronto ad accettare uno stato palestinese come espressione del diritto del suo popolo all’autodeterminazione come descritto dal diritto internazionale.

Il partito Laburista è pronto a negoziare con i palestinesi per dargli una forma avanzata di autogoverno che sarà chiamata stato, ed attraverso il quale i palestinesi potranno avere alcune forme selezionate di “indipendenza”, come ad esempio una bandiera, un inno nazionale ed una forza di polizia. Niente di più. Questa è stata la “generosa” offerta di Barak a Camp David.

Dall’altra parte il Likud non è pronto a dare nemmeno queste parvenze di autogoverno. Per loro ai palestinesi dovrebbe essere concesso di regolare i propri affari sotto uno stretto e vincolante controllo israeliano.

 

Ribaltare la colpa

Ed infine, con una svolta bizarra ed ironica, i palestinesi sono stati incolpati per aver ucciso la soluzione dei due stati. Benny Morris, uno storico israeliano di destra, ha rinunciato a trovare una soluzione “al conflitto…principalmente a causa del costante rifiuto da parte palestinese di una soluzione incentrata su due stati per due popoli.”

Non è tanto dissimile dal dire che i neri del Sudafrica sono da incolpare per aver ucciso il sistema dei Bantustan. E che dovrebbero essere puniti. “Alla fine entrambe le parti del movimento palestinese, i fondamentalisti guidati da Hamas ed il blocco laico guidato da Fatah, sono interessate al dominio musulmano su tutta la Palestina, senza uno stato ebraico e senza una spartizione”. E, sempre secondo Morris, la leadership palestinese “non ha nè il desiderio nè l’intenzione di raggiungere una soluzione fondata su due stati per due popoli”.

La soluzione dei due stati è morta perchè “la leadership ed il popolo palestinese non saranno soddisfatti del 20% del territorio. Uno stato composto da Gaza, la West Bank e Gerusalemme Est non li soddisferà” dice Morris.

E quando gli viene chiesto del diritto al ritorno Morris afferma che “di base richiede la distruzione dello stato ebraico…la retorica e gli obiettivi dei palestinesi non sono cambiati, e nemmeno le loro azioni, ad esempio il terrore…”. Vanno incolpati i palestinesi perchè “[la] demonizzazione non è uguale da ambo le parti. In generale nel sistema educativo israeliano non c’è la demonizzazione degli arabi, [mentre] lì gli ebrei sono assolutamente demonizzati. Le autorità palestinesi sono profondamente impegnate ad impiantare la demonizzazione. Il popolo palestinese pensa che ci può portare all’estinzione. Noi non pensiamo ciò dei palestinesi”. 

Per Morris il problema è che “[a parte] la vendetta i palestinesi sono assolutamente convinti di essere nel giusto, il che deriva in parte dalla fede religiosa. Ciò che Dio comanda, e che i suoi interpreti sulla Terra dicono che Dio comandi, è la verità definitiva. Mentre gli ebrei sono molto più scettici riguardo questo tipo di interpretazione, i palestinesi percepiscono di essere nel giusto e che Dio non vuole che la Terra Santa venga divisa con un altro popolo…”. Edward Said e Frantz Fanon si staranno rivoltando nelle tombe.

Ma i fatti raccontano un’altra storia: la colonizzazione in West Bank continua, così come la confisca della terra e l’apertura di strade per servire gli insediamenti. In particolare il numero dei coloni è aumentato a 600,000, dai 193,000 che c’erano ai tempi della firma degli accordi di Oslo. Nessun governo israeliano ha mai voluto impegnarsi ad evacuare completamente le colonie della West Bank.

Tuttavia questa è una precondizione di base per la creazione di uno “stato indipendente”, il che è impossibile alla luce degli impegni che Israele ha assunto nei confronti dei coloni. Per garantire la sicurezza degli insediamenti ed assicurare il loro sviluppo futuro è destinata a controllare la maggior parte della West Bank e della Striscia di Gaza. Inoltre in futuro è sicuro che invocherà il suo bisogno di sicurezza per giustificare l’inasprimento del controllo sulla Valle del Giordano, in modo da rendere di nuovo impossibile il progetto di uno stato indipendente.

Gerusalemme ha sofferto, ed ancora soffre, della continua attività di colonizzazione, la costruzione e l’espansione di quartieri ebraici, la confisca delle carte d’identità gerosolomitane, la pulizia etnica e la politica dei “fatti compiuti” che non lascia spazio per un futuro controllo palestinese della città.

Inoltre i profughi che vivono fuori dalla West Bank e dalla Striscia di Gaza stanno affrontando difficoltà sempre maggiori, soprattutto in posti come Libano e Siria, e stanno attendendo il giorno del ritorno in Palestina e le compensazioni per le confische delle loro proprietà. Questo è un diritto garantito dalla risoluzione 194 delle Nazioni Unite. 

Nel frattempo alla comunità palestinese in Israele è impedito di coesistere su un piano di uguaglianza con gli ebrei israeliani. La politica contro i suoi cittadini palestinesi è uguale all’Apartheid, come definita dalla Convenzione internazionale per la soppressione e la sanzione del crimine di Apartheid e ratificata dalla risoluzione 3068 (XXVIII) dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 30 novembre 1973. Non c’è bisogno di dire che l’ANP non rappresenta nessuno di questi due grandi segmenti del popolo palestinese.

 

Uno stato

Dunque difendere una soluzione a due stati è un insulto alla memoria di coloro che hanno combattuto per la giustizia e l’eguaglianza non solo in Palestina, ma anche in Sud America ed in Sudafrica.

Di conseguenza per i summenzionati motivi giungiamo all’inevitabile conclusione che uno stato sovrano ed indipendente è irraggiungibile. Invece la domanda è se c’è una soluzione alternativa.

Un’alternativa che può essere trovata con sempre maggior frequenza nelle opere e nei discorsi di alcuni intellettuali ed attivisti è l’idea di uno stato laico e democratico nella Palestina Mandataria in cui tutti i cittadini siano trattati ugualmente a prescindere dalla religione, il sesso e la razza.

Uno stato laico e democratico deve essere abitato dai suoi cittadini e governato sulla base dell’eguaglianza e della parità tra gli individui come cittadini e tra i gruppi con le loro identità culturali. In questa organizzazione la condizione fondamentale è che ai vari gruppi sia permesso di coesistere e di svilupparsi su basi uguali.

Ciò è riassunto alla fine del discorso di 4 ore che Nelson Mandela ha rivolto al tribunale durante il processo di Rivonia: “Ho amato l’ideale di una società democratica e libera nella quale tutti vivono insieme in armonia e con uguali opportunità. È un ideale per cui spero di vivere e di raggiungere. Ma se sarà necessario, è un ideale per cui sono pronto a morire”.

Questa proposta è una soluzione a lungo termine che richiederà un periodo di gestazione molto più lungo, a causa del crollo politico del progetto di uno “stato indipendente” come conseguenza degli accordi di Oslo, dell’assedio alla Striscia di Gaza e all’occupazione della West Bank. La nascita di quattro Bantustan in Sudafrica venne considerata dalla comunità internazionale come una soluzione razzista che non poteva e non doveva essere presa in considerazione.

Per porre fine a quella soluzione disumana il regime dell’Apartheid subì un boicottaggio accademico, culturale, diplomatico ed economico fino a che non soccombette e cadde a pezzi. Non rimane nulla del vecchio Sudafrica della pulizia etnica o dei poverissimi Bantustan che aveva creato: nè i tappeti rossi, nè gli inni nazionali o gli apparati di sicurezza.

Questa è la fine delle soluzioni razziste: gettate in un angolo del cestino della storia – un museo per le nuove generazioni.