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gennaio 10, 2014

Lanfranco Mencaroni un rivoluzionario nonviolento di Rocco Altieri

Perugia 2 maggio 1924 – Todi 6 dicembre 2013

Prima di Natale nella sua casa di Todi è morto all’età di novanta anni il dott. Lanfranco Mencaroni, amico fedele e medico personale di Aldo Capitini.

Lo ricordiamo per il suo carattere mite ma fermo, irriducibile nelle sue convinzioni rivoluzionarie e perseverante nel suo impegno. Era dotato di una spontanea bonarietà che gli proveniva dalla lunga consuetudine di medico condotto svolta fin da giovane a Collevalenza di Todi, ove accoglieva tutti nella sua casa, soprattutto le persone umili e bisognose, prodigo di consigli e di ammonimenti, ma anche disposto al buon umore e all’amicizia. Rivoluzionario nei propositi politici, è stato però un dispotico conservatore nel coltivare l’amore per la famiglia e per la professione medica. Privo di qualsiasi supponenza, non faceva mai pesare la sua vasta cultura. Fu fine conoscitore della musica, aveva preso parte attiva nell’Associazione degli Amici della Musica di Perugia quando ne era Presidente Alba Buitoni e nella Sagra Musicale Umbra di Francesco Siciliani di cui era amico sin dalla gioventù. A Collevalenza, poco dopo il suo arrivo nel 1951 aveva fondato la banda del paese, insegnando ai contadini e agli artigiani a suonare tutti gli strumenti necessari. Musica e pace erano per lui un binomio inscindibile e rimproverava i pacifisti italiani di essere privi di una cultura musicale. Volle essere sempre presente a tutte le successive edizioni della marcia della pace Perugia – Assisi, a ricordare le ragioni nonviolente della prima marcia del 1961 di cui era stato insieme a Capitini uno dei principali artefici. Ormai anziano, attendeva la marcia a Santa Maria degli Angeli, mentre Silvana sua moglie, più giovane di età, rifaceva per intero il percorso, riportando con orgoglio, nel lungo serpentone umano che si snodava fino alla Rocca di Assisi, il cimelio della prima bandiera arcobaleno, custodita gelosamente nella loro casa di Todi.

La morte, ci ha insegnato Aldo Capitini, non è la fine della persona, ma il passaggio della vita alla Compresenza. Oggi di fronte alla morte dell’amico Lanfranco, recitiamo l’invocazione scritta da Capitini per ricordare nell’intima preghiera le persone che ci sono state care:

A te, che sei oggi davanti a noi come morto, porgiamo un saluto di gratitudine per tutto ciò che hai dato da vivo e per tutto ciò che continuerai a darci in eterno. La tua parte c’é sempre stata nella nostra vita e sempre ci sarà: sappi che ne abbiamo veramente bisogno. Tu hai incontrato il fatto della morte, come tutti gli altri che, morendo, sono stati martiri, perché hanno testimoniato che esiste questo fatto. In ogni nostro dolore ti ricorderemo. E un giorno sarai visibile, non perché ritornerai da una lontananza, ma perché finirà questa realtà che impedisce di vedere come tu vai avanti in una via di sviluppo e di miglioramento. Intanto attuando valori saremo insieme e sempre più uniti. Noi ti parliamo in nome di tutti, oltre ogni distinzione e gruppo particolare. La bellezza della luce e di ogni lume acceso ci consola nel mondo, e più saremo certi che tu, nella compresenza di tutti, ci dài un aiuto, più sarà per noi una festa.

Ho conosciuto Lanfranco Mencaroni nel 1998 in occasione del trentesimo anniversario della morte di Aldo Capitini. In quell’occasione era uscita la mia biografia intellettuale di Capitini: “La rivoluzione nonviolenta” ed era stato organizzato un convegno a Pisa presso la Domus Mazziniana cui il dott. Mencaroni partecipò entusiasta. In seguito fu il più solerte promotore del mio libro, organizzando una serie di presentazioni in diversi comuni umbri (Perugia, Todi, Foligno) e, infine, a Roma, in un convegno, tenutosi in Campidoglio, con la partecipazione del compianto presidente nazionale dell’ARCI Tom Benetollo e dell’ex presidente della Camera dei deputati on. Pietro Ingrao.

Lanfranco apprezzò molto l’impostazione della mia biografia, che enfatizzava gli elementi rivoluzionari della nonviolenza. Tra gli amici superstiti di Aldo era quello più convinto della perdurante attualità politica dell’omnicrazia, il potere di tutti.

Sentendolo parlare ci attraversava l’emozione di stare ad ascoltare attraverso le sue parole il Capitini redivivo, al punto che non avendo potuto conoscere Capitini di persona per ragioni anagrafiche, me lo immaginavo molto simile nella persona a Lanfranco per i modi e per i pensieri.

Lo vidi impegnatissimo, con un fervore di apostolo mai domo, nell’organizzare la vita dell’Associazione nazionale “Amici di Aldo Capitini”, sollecitando costantemente le istituzioni a tener viva la memoria del grande filosofo perugino. Mi sollecitava continuamente a farmi banditore del messaggio nonviolento di Aldo Capitini, nello stesso modo in cui l’apostolo Paolo lo era stato per quello di Cristo. Spirito giovane anche in età avanzata, Lanfranco intuì per primo l’importanza delle nuove tecnologie e praticamente da solo, con il solo aiuto tecnico del figlio Luca, volle attivare due siti: uno dedicato all’opera e al pensiero di Aldo Capitini (ricco di scritti, di testimonianze e di documentazioni fotografiche), l’altro ai COS in rete, i Centri di Orientamento Sociale, che per Lanfranco erano l’essenza rivoluzionaria delle democrazia diretta. Periodicamente, finché le forze lo hanno assistito, inviava agli amici e ai gruppi una newsletter di informazioni e di sollecitazioni politiche sui COS in rete.

COS in rete e democrazia diretta.

L’idea di una democrazia diretta si era concretizzata nel giugno del 1944 con la costituzione a Perugia del primo Centro di Orientamento Sociale (C.O.S.) per la discussione, in libera assemblea popolare, dei problemi amministrativi e sociali. Capitini sognava queste assemblee disseminate dappertutto in ogni parrocchia, in ogni amministrazione, in ogni scuola, ad equilibrare il fatto del “potere” delle iniziative autoritarie.

Intorno a questo progetto Capitini si era mosso come instancabile organizzatore, riunendo intorno a sé un gruppo di giovani di orientamento diverso (azionisti, socialisti, indipendenti), accomunati da una stessa posizione di coscienza e dal proposito di dare nella situazione attuale un contributo educativo-politico. Tra questi erano Walter Binni, Lanfranco Mencaroni, Pio Baldelli. Si legge nel loro manifesto:

L’impegno politico per una democrazia aperta su base socialista noi lo viviamo con un impegno costante di umanità. Per noi le strutture giuridiche, economiche, politiche, non sono sufficienti se non c’è un animo che le integra con un senso continuo delle singole persone, con ascoltarle, comprenderle, favorirne il libero sviluppo. Perciò vogliamo che il rilievo e il valore sia nella società non nello Stato, nel cittadino non nel poliziotto o impiegato, nel consiglio deliberante non nel funzionario. Viviamo la solidarietà con i lavoratori e vogliamo portare le forme di economia collettivizzata, oltre che alla giustizia e al benessere, all’accrescimento della presenza effettiva di tutti nella tensione ai valori morali e culturali, che è il fine e la realtà suprema sociale e individuale. Per noi l’individuo non si salva da solo ma con tutti. Sentiamo che comincia la civiltà di tutti.

Il valore fecondo dell’esperienza dei C.O.S. è per Capitini in quel riscoprirsi collettività, in quell’addestrarsi, dopo tanti anni di mancanza di libertà, alle regole dell’ascoltare e del parlare, al piacere del comprendere e dell’amare, poiché per le persone la cosa peggiore è il non incontrarsi, non ascoltarsi reciprocamente. Al centro sociale si discuteva di tutto, dai problemi pratici di vita quotidiana alle grandi questioni internazionali. Alle assemblee accorreva numerosa soprattutto la gente semplice che vi sperimentava un senso nuovo di apertura, un’apertura nonviolenta, non menzognera.

Questi sentimenti di costruzione di una democrazia dal basso portarono Capitini e Mencaroni a enfatizzare il valore dell’educazione civica che è propedeutica a ogni buon funzionamento degli istituti di democrazia diretta. Così, quando don Milani pubblicò il suo libro “Esperienze pastorali”, che suscitò grande interesse, Capitini gli scrisse e nel giugno del 1960 il dott. Mencaroni si offrì di accompagnarlo con la sua auto a Barbiana per conoscere don Milani. In quell’incontro tra maestri fu concepito il progetto comune di un “Giornale scuola” che aiutasse gli illetterati a decodificare il linguaggio e a smascherare le manipolazioni dell’informazione. Mencaroni divenne il coordinatore editoriale di questo “Giornale scuola” e l’interlocutore principale di don Milani per la pubblicazione, che fu stampata e diffusa inizialmente in 5000 copie e di cui uscirono quattro numeri. Le vicende di questo esperimento significativo sono documentate dal volume “I Care ancora”, a cura di Giorgio Pecorini, EMI editore.

Altra importante iniziativa nata da Capitini, che trovò in Mencaroni un valido coadiutore, fu la marcia per la Pace e la fratellanza dei popoli, convocata per la domenica del 24 settembre 1961 da Perugia ad Assisi.

Quella marcia, come ricordò Norberto Bobbio, che fu uno dei partecipanti, riuscì a fondere mirabilmente alcune delle cose che gli erano più care, la festa, la coralità, la vicinanza, l’impegno nonviolento. Dopo la marcia, che vide il concorso di una folla imponente, si determinò ancor più forte la volontà di rafforzare l’impegno per la pace e per una trasformazione rivoluzionaria della società italiana. Capitini e Mencaroni elaborarono, così, nel 1963 un nuovo manifesto per dar vita all’interno della sinistra a una corrente rivoluzionaria nonviolenta. Ecco l’analisi e i punti salienti del documento frutto della discussione comune, tracciando un orizzonte cui Mencaroni restò fedele per il resto della sua vita:

1) La situazione politica italiana presenta un vuoto rivoluzionario: i partiti stanno o su posizioni conservatrici o su posizioni riformistiche, prive di tensione e di forza educatrice e propulsiva nelle moltitudini. Così si va perdendo anche l’esatta prospettiva che pone come finalità decisiva della lotta politica il superamento del capitalismo, dell’imperialismo, dell’autoritarismo.

Vi sono tuttavia delle minoranze che vedono chiaro, ma tali minoranze devono giungere ad un’azione organica nella situazione italiana, per cui da una società dominata da pochi, si passi ad una società di tutti nel campo del potere, della economia, della libertà, della cultura.

2) La crisi dei movimenti operai e socialisti nell’attività politica e sindacale è dovuta principalmente al fatto che non si è saputo concordare dinamicamente la triplice finalità suddetta con la pratica quotidiana nella attuale democrazia.

3) Sarebbe un errore credere che la politica del neocapitalismo con le attrattive del benessere e la suggestione degli interventi paternalistici e provvidenziali riesca a cancellare dalle moltitudini la tendenza a possedere effettivamente il potere con tutte le sue responsabilità, a controllare tutte le decisioni pubbliche, a impedire realmente la guerra, a sviluppare la libertà e la cultura di tutti nel modo più fiorente.

La tenacia delle lotte sindacali, l’aumento dei voti dell’opposizione nelle ultime elezioni, lo sviluppo della lotta per la pace, la crescente energia delle pressioni studentesche per una riforma della scuola, provano che le moltitudini italiane non accettano gli equivoci offerti dalla classe dirigente.

4) Nello sviluppo del socialismo nel mondo è facile osservare che sono stati superati gli schemi dottrinari che attribuivano a una determinata ideologia, o ad un unico partito di ispirazione leninista la possibilità di intervento rivoluzionario, quando invece si vede che di tale possibilità ci si è valsi in altri luoghi con schemi, forme, forze e metodi del tutto diversi seppure orientati allo stesso fine.

È opinione sempre più accettata che esiste una connessione stretta tra il metodo rivoluzionario adottato e il tipo di potere che segue alla conclusione vittoriosa della rivoluzione. Anche in questo campo l’insufficienza del metodo leninista, e di altri metodi similmente imposti da minoranze alla maggioranza, è rivelata dalla crisi che ha contrapposto e contrappone in maniera più o meno drammatica la società civile al potere rivoluzionario e che è diventata l’elemento costante della vita politica degli stati così detti socialisti e degli altri stati sorti nel dopoguerra da moti sottoposti all’egemonia di minoranze.

La medesima crisi tra deficienza di potere civile delle masse e reale potere politico di gruppi ristretti è chiaramente visibile anche nella crescente e insolubile necessità in cui le democrazie parlamentari si trovano nel subire la pressione egemonica di gruppi di potere economici, politici, religiosi, agenti fuori dagli istituti civili e capaci di svuotarli sempre più della rappresentatività popolare, piegandoli ai loro interessi di minoranza.

Inoltre, nel nostro paese, come del resto in tutto l’occidente, la situazione è tale che tutti i vecchi metodi dell’opposizione popolare si rivelano inutilizzabili o insufficienti a mantenere una tensione rivoluzionaria che si costruisca progressivamente, nel suo sviluppo, gli adeguati strumenti pratici della sua applicazione.

5) Per queste ragioni siamo convinti che il metodo che deve essere assunto per la lotta rivoluzionaria è il metodo dell’attiva nonviolenza, nella articolazione delle sue tecniche, già attuate in altri paesi in lotte di moltitudini.

Riteniamo che questo metodo sia da accettare e da svolgere non soltanto per la sconvenienza e l’improduttività dei metodi violenti e la loro inaccettabilità da parte delle nostre moltitudini, ma sopratutto per il suo contenuto profondamente umano, all’altezza del migliore sviluppo della società civile moderna.

6) Questo metodo, che per essere visibilmente e politicamente efficace deve essere impugnato da un largo numero di persone, mostra con ciò stesso che è in grado di dare le più ampie garanzie di democraticità, di espressione delle forze dal basso, di insostituibile e mai sospendibile libertà delle più varie opinioni, di decentramento del potere nelle sue varie forme economiche, politiche, sociali, civili.

7) Con questo metodo è possibile dare inizio alla formazione di organismi e istituzioni dal basso che concretino tali garanzie, prefigurando e preparando la complessa società socialista o società di tutti.

I rivoluzionari violenti con i loro metodi non sono capaci di realizzare tali organismi e istituzioni, e ne rimandano l’attuazione a dopo la conquista del potere, con atto autoritario che ne infirma la democraticità, o vi rinunciano, vista l’impossibilità di usare la violenza, cadendo i dirigenti nell’inerzia e le moltitudini nello scetticismo.

8) Nell’attuale momento, crediamo che come prima fase un intervento nella situazione italiana che segua questo orientamento possa prendere la forma di “corrente” con “gruppi” operanti dentro e fuori le attuali associazioni politiche, sindacali, culturali, etico-religiose.

Questi gruppi potranno operare coordinatamente secondo piani che saranno stabiliti dai gruppi stessi nei loro incontri.

9) Possiamo definire così gli obiettivi finali di tutto il lavoro: la costituzione di una società socialista la cui organizzazione economica, politica, civile e culturale sia continuamente sotto il potere e il controllo di tutti, nella libertà di informazione, di associazione e di espressione, manifestazione e promovimento costante di apertura ad una società universale socialista nonviolenta.

10) Obiettivi immediati di transizione a questa finalità sono:

a) la diffusione delle tecniche della nonviolenza da applicare a tutte le lotte politiche e sindacali;

b) l’opposizione alla preparazione e alla esecuzione della guerra;

c) la convergenza sul piano rivoluzionario nonviolento dei lavoratori, degli studenti e delle loro associazioni di qualsiasi ideologia;

d) la rapida costituzione di centri di orientamento sociale aperti, in periodiche riunioni, a tutti e alla discussione di tutti i problemi della vita pubblica;

e) la formazione di consulte rionali o di villaggio elette da tutti i cittadini per il controllo e la collaborazione nei riguardi delle amministrazioni locali;

f) favorire in tutte le aziende l’organizzazione di consigli operai e contadini, eletti da tutti indipendentemente dalle organizzazioni politiche e sindacali, con il compito di seguire i problemi delle singole aziende e di portare i lavoratori al possesso delle tecniche del controllo sulla produzione e sulla pianificazione democratica, da utilizzare nella lotta per la società socialista; sulla base di questi consigli dovrà essere ricostituita l’unità sindacale, aperta a tutte le correnti;

g) impostazione di una riforma della scuola per cui tutti gli istituti scolastici a tutti i livelli siano organizzati con spirito comunitario e controllati da consigli degli studenti e dei professori;

h) sollecitare gli enti pubblici a fondare giornali quotidiani e settimanali con assoluta obiettività di informazione;

i) promuovere la costituzione di centri cooperativi culturali dal basso per l’educazione degli adulti nel campo della divulgazione dei valori artistici, scientifici, storici ecc. sottraendoli alle manipolazioni autoritarie o di parte.

11) Noi pensiamo che una corrente rivoluzionaria nonviolenta debba richiedere ai suoi aderenti un comportamento manifestamente concorde alla finalità socialista, realizzando tra l’altro il principio che ogni eletto a qualsiasi carica, sia della corrente sia di ogni altro organismo, possa essere dispensato dal suo incarico nei periodici incontri con i suoi elettori; dedicando ad iniziative pubbliche orientate in senso socialista la massima parte del proprio bilancio privato, non partecipando al possesso di beni che comportino lo sfruttamento dei lavoratori.

12) A coloro che non scorgessero differenza tra la nostra impostazione e quella democratica parlamentare teniamo a far presente quanto limitata sia la democraticità parlamentare, lontana dalla volontà attiva e quotidiana di tutti i cittadini, e quanto invece è complessa e diretta la presenza di tutti negli organismi da noi propugnati, atti a superare continuamente i privilegi e il potere dei pochi.

13) A coloro che obiettassero che la pianificazione economica sociale di uno stato moderno non può essere che centralistica e autoritaria, rispondiamo che la pianificazione può e deve essere accompagnata dall’esistenza di organi popolari che ne rendano possibile la preparazione, il controllo della esecuzione e la revisione.

Questi organi sono l’unica garanzia che l’autoritarismo della pianificazione non si trasferisca nell’autoritarismo di tutto l’apparato statale, come ha dimostrato l’esperienza sovietica. Questi organi, infatti, continuando l’azione già svolta nella situazione di economia privatistica dai consigli dei lavoratori, dovranno svilupparsi fino a diventare i protagonisti del mondo produttivo socialista nei due settori pubblico e cooperativo di autogestione.

14) La garanzia che la società socialista nonviolenta dà alla libera funzione delle correnti ideologiche e dei partiti deve avere come unica contropartita la libera espressione, all’interno delle correnti e dei partiti stessi, dei pareri dei singoli e dei gruppi.

15) Nella politica internazionale attuale la nostra posizione è, oltre che di lotta per la pace – primo ed urgente obiettivo, – di pieno appoggio a tutti coloro che lottano contro il capitalismo, l’imperialismo, l’autoritarismo; di aiuto incondizionato ed immediato a tutti i popoli sottosviluppati da concretarsi in grandi piani di collaborazione; e nella diffusione dei nostri metodi nonviolenti per il raggiungimento dei fini comuni.

Lanfranco sulla spinta di questo programma, peccò di impazienza e volle scavalcare Capitini in fervore rivoluzionario, divenendo sostenitore della rivoluzione culturale di Mao e fondando, insieme allo zio Giorgio Zucchetti, l’associazione di amicizia Italia-Cina. Il progetto maoista gli sembrava l’esperimento più esteso a livello mondiale di una democrazia popolare dal basso. Per la verità, la svolta del giovane Mencaroni determinò non poco disappunto in Capitini che lo rimproverò esplicitamente. Quando negli anni sessanta in gran parte del mondo le lotte di liberazione nazionale si incontrarono con i movimenti che chiedevano il superamento in senso socialista delle democrazie borghesi, Capitini era da decenni d’accordo sulle motivazioni ma non sui mezzi violenti teorizzati, auspicati e adoperati per raggiungere quegli obiettivi.

Sapeva bene che nemmeno i regimi democratici erano immuni dalle tentazioni della violenza e che

“lo sviluppo della democrazia, in quanto cerca di allargare il potere al maggior numero possibile di individui, superando le difficoltà conseguenti alle diversità di razza, di classe sociale, di ricchezza, di cultura, tende al potere di tutti, ma non lo raggiunge effettivamente.

La democrazia attuale attribuisce alla maggioranza un potere che qualche volta è eccessivo rispetto ai diritti delle minoranze; fa guerre di Stato contro Stato; conferisce alle polizie il potere di torturare (come avviene in tutti i paesi) e molte volte un soverchio intervento nell’ordine pubblico; non è sufficientemente aperta a ciò che potranno dare o vorranno essere i giovanissimi e i posteri; preferisce strumenti coercitivi e repressivi a strumenti persuasivi ed educativi; si lascia sopraffare dalle burocrazie trascurando il servizio al pubblico anonimo; concentra il potere preferendo l’efficienza al controllo, e finisce col non considerare sufficientemente i mezzi e le loro conseguenze, pur di raggiungere un fine”. (A. Capitini, Il Potere di tutti, p.64).

Di queste posizioni critiche, condivise col suo mentore, Lanfranco non si è mai pentito. Non ha fatto abiure e, anche dopo la morte di Capitini, ha continuato a sostenere posizioni fermamente laiche, antifascite e di sinistra. Nel fare ciò non si è mai chiuso in posizioni dottrinarie preconcette e non ha mai smesso di dialogare e di sollecitare i partiti democratici di sinistra a tener fede all’impegno di concretizzare finalmente gli istituti di democrazia diretta e di avviare una politica di disarmo e di pace.

Quando nell’anno 2000 nacque il Centro Gandhi, Lanfranco divenne subito uno strenuo lettore e un fedele abbonato dei Quaderni Satyagraha, rivista semestrale edita dal Centro Gandhi. Nell’ultimo incontro che ebbi con lui quando andai a trovarlo a casa, qualche estate fa, lo trovai provato nel fisico, ma sempre lucido di mente. Progettammo insieme un quaderno Satyagraha dedicato al rapporto tra musica e pace. Alla figlia Lucia resta in eredità l’impegno di aiutarci a portare a termine l’ultima promessa del suo papà.

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